Fame d’amore: cosa nasconde un disturbo alimentare

Ogni anno, in Italia, a una media di 8-9 individui per il sesso femminile e di 1,2 per il genere maschile su 100mila persone viene diagnosticato un tipo di disturbo del comportamento alimentare. Bulimia, anoressia, binge eating, vigoressia, constant dieting sono solo alcuni dei termini attribuiti alle diverse forme attraverso cui il disturbo alimentare può manifestarsi all’interno di comportamenti autoindotti.

Ma al di là delle etichette, della tassonomia, delle nozioni mediche che poco riescono nell’intento di generare empatia verso chi effettivamente ne soffre, esiste un vero e proprio universo di interpretazioni emotive e di studi psicologici intorno all’eziologia del fenomeno patologico e, soprattutto, al suo reale significato. Perché un rapporto anormale o semplicemente atipico verso il cibo, sia che si realizzi in un suo totale rifiuto, sia che si traduca in valvola di sfogo o in vera e propria dipendenza, cela ben più di un capriccio o di una psicosi passeggera: è una richiesta di aiuto.

Dietro ogni corpo, sotto l’epidermide sottile ed esposta, o l’adipe spessa a fare da “cuscinetto” contro i pericoli esterni, o ancora la muscolatura vigorosa e in perenne tensione, c’è sempre un’anima che spera di essere riconosciuta, ascoltata, amata. Lo fa però a modo suo, causando dolore a se stessa e a chi le è vicino; e per quale motivo?

Secondo gli psicologi e psicoterapeuti formatisi presso le scuole di più recente fondazione (quella cognitivo-comportamentale e analitico-transazionale sono le più accreditate in Italia), il disturbo alimentare, in qualsiasi forma si mostri, non rappresenta altro che un sintomo, la manifestazione visibile, a tratti lucida, come può esserlo solo una vera dipendenza, di un profondo dolore interiore, tanto profondo quanto più difficilmente questo riesce a riemergere.

Il cibo, in questo gioco di autodistruzione corporea che vuole allo stesso tempo nascondere e gridare, svolge un ruolo fondamentale: quello di strumento privilegiato attraverso cui modificare la propria fisicità, che è il primo mezzo con il quale l’uomo si presenta a questo mondo e si muove al suo interno, interagendo con gli altri e con le cose che lo circondano. Servendosi di una vera e propria “modulazione dello spazio”, l’individuo affamato d’amore (per usare una efficace metafora scelta da Fabiola De Clercq come titolo del suo saggio in parte autobiografico “Fame d’amore”, Rizzoli 2002) utilizza il proprio corpo e le sue abnormi mutazioni per annunciare silenziosamente agli altri che qualcosa di altrettanto incontrollabile sta agendo e si sta evolvendo all’interno del suo sé emotivo.

« […] il problema dell’anoressia è proprio questo, attirare l’attenzione. Ecco, guardatemi. È il solo modo per potervi dire che sono “altro” rispetto a quello che pensate e che, nonostante tutto, senza il vostro amore non sono nulla»; così scrive la filosofa e saggista Michela Marzano nel suo celebre libro “Volevo essere una farfalla”, testimonianza commovente e reale della sua lotta decennale contro l’anoressia, e insieme un esatto racconto della fenomenologia del disturbo alimentare, che in un modo o nell’altro si può considerare comune a tutte le storie di chi ne ha fatto esperienza.

Tutto parte dal dolore, sì, ma inevitabilmente passa per il controllo. La ricerca spasmodica del contatto con l’altro, con le proprie e altrui emozioni, dell’incontro tra due realtà umane fatte di sentimenti che attendono solo di essere espressi; tutto ciò non è altro che il rovescio di una inquietante medaglia, la cui faccia principale, quella più visibile, è di ben altra natura. L’ansietà di esprimersi celatamente, in un gioco di continua provocazione dell’attenzione altrui, causa inevitabilmente, nelle vittime dei disturbi alimentari, l’assoluta necessità del controllo: controllo della propria tabella di marcia alimentare, del modo in cui si appare in pubblico, persino delle proprie reazioni emotive. Nel mondo della persona che soffre di un disturbo di carattere alimentare, nulla può intromettersi a scalfire la sua bolla di tanto ricercata e ricreata “perfezione”: non un rapporto sessuale, non il rischio di esporre troppo le proprie fragilità, non un possibile fallimento personale. Affinché si venga visti, bisogna innalzarsi completamente al di sopra di tutti gli altri (a qualsiasi prezzo).

Tuttavia, la vera vittima del disturbo, colui che ne è assoggettato in prima persona, che ne prova consapevolmente tutti gli effetti sulla propria pelle, non è, contrariamente a quanto si può pensare, un sadico efferato disposto a tutto pur di guadagnarsi una parola di pietà e di accondiscendenza. L’attributo “nervoso” che in precedenza (sin dal XIX secolo!) era stato applicato ad alcuni tipi di disordini alimentari come l’anoressia, la bulimia e l’obesità, già da qualche decennio e almeno in ambito medico viene bandito e considerato irregolare: avrebbe rischiato di consolidare il luogo comune secondo cui la patologia, il sintomo comportamentale, altro non fosse che un capriccio da repressi, da signorine ricche in preda alla noia esistenziale. Il “malato” reale, l’individuo “patologico” spesso tanto deriso e rifuggito, è in realtà tutto fuorché un alienato: è la cassiera al supermercato che ogni giorno vede passarsi cumuli di cibo confezionato sotto il naso, il padre di famiglia che prepara tutti i giorni il pranzo ai figli, la cassintegrata che di giorno stuzzica patatine alla fermata dell’autobus e di notte piange sotto le coperte.

È vostra figlia, vostro fratello, vostra madre; è la persona che vi ha ferito rifiutando la vostra offerta di aiuto a uscire finalmente dalla oscurità che si è costruita intorno, ma è anche la stessa che non ha mai smesso di amarvi e che un giorno o l’altro, forse da sola o forse grazie all’ennesima parola di sprone, riuscirà finalmente a prendere di nuovo in pugno la propria vita e a dirsi, una volta per tutte, “ecco il mio dolore: non potrà mai più farmi del male”.

Alessia Santelia

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