Il sovranismo ai tempi di Rita Pavone, storie di Sanremo

Ci siamo, le porte del teatro Ariston stanno per dischiudersi e la kermesse canora più famosa del paese, Sanremo, sta per cominciare.

Il gran galà di canzoni e intrattenimento mantiene intatta a poderosa cadenza annuale la sua atmosfera, quella di un gigante meteorite pronto ad abbattersi sulla penisola e che spalancherà le agende del dibattito pubblico. Si parla di Sanremo tra polemiche, giudizi, gusto, spessore culturale e politica. Tutti coinvolti, non esiste ceto, una sorta di discesa di massa di sardine al richiamo dell’entertainment nazional-popolare.

Giunto alla settantesima edizione, la settimana che scandisce il concorso musicale entra, come sempre, in combustione con la discussione contemporanea. Che si tratti dell’ambito prettamente artistico, quindi quello relativo all’ormai ampia mappatura del genere pop e sottogeneri derivati o più specificatamente a etichettature politiche, apologie di pensiero o prese di posizione su temi caldi.

Quest’anno, la vigilia critica ha visto protagonista una simpatica e piccola vecchina, ex scricciolo punk degli anni ’60, ovvero Rita Pavone. La diva de Il Ballo Del Mattone, torna a sorpresa (infatti, il direttore artistico e conduttore Amadeus, decide di inserirla nel tabellone dei partecipanti con Tosca quasi fuori tempo limite) dopo 47 anni dalla sua ultima partecipazione.

Ma a destare polemiche non è tanto il ritorno sul noto palco, ma l’accusa “sovranista” mossa all’ex baby rockettara. Destino e incoscienza vuole che la Rita nazionale faccia il suo battesimo trans generazionale attraverso l’uso, quasi ingenuo, dei social. Prende apertamente posizione nella spaccatura attuale dei temi caldi al banco della politica. Si inimica i Pearl Jam perché “era meglio che si facevano i fatti loro”, il gruppo di Seattle infatti inneggiava ai porti aperti proprio durante i loro ultimi concerti italiani.  Come se non bastasse, la cantante che attualmente vive tra i cantoni svizzeri e che si scagiona come “liberale”, prende di mira anche la giovane paladina dei diritti ambientali del pianeta, Greta Thunberg, definendola personaggio da film horror.

Ah, poi si scusa, ma non sappiamo se tutto è bene quel che finisce bene.

Ad accompagnare la Pavone nel featuring sul brano Italia sovranista (scherziamo eh!), è il giovane trapper romano, Achille Lauro, l’Amleto che balla a ritmo di elettro-samba. Dopo esser finito del mirino dell’intellighenzia democratica e ben pensante lo scorso anno per il suo brano Rolls Royce etichettato come inno alla droga, ci riprova quest’anno.

Lauro infatti, torna spavaldamente sul palco con il pezzo Me ne frego, assurdamente (sì, perché ricordiamo che non sono ancora neanche stati resi noti i testi) accusato di apologia fascista perché similare ad un noto motto del fu Benito Mussolini.

Accingendosi a prendere possesso del nostro potente scettro, composto da un telecomando e uno smartphone, siamo pronti a guardare Sanremo, da curiosi, da appassionati, da critici, da borghesi annoiati, ma sappiamo che lo guarderemo.

Ci rendiamo ben conto che oramai le polemiche del festival, fondate o infondate che siano, perdureranno nel corso delle ere del nostro paese. Che sia il 1969, in pieno clima di moti sessantottini dove giovani studenti manifestavano digiunando in nome di una povertà dilagante dei quartieri e delle periferie d’Italia o del partito comunista che si schiera contro i salotti borghesi di discussione sulla manifestazione condotti da Franca Rame e Dario Fo, fino ai nostri giorni.

Giorni in cui a trionfare sono giovani di origini multirazziali e che fanno cenno alla cultura musulmana nei loro testi, in quello stesso periodo in cui un italiano su tre vota la lega salviniana. Gli stessi anni in cui la musica prende parte al bipolarismo politico e in cui gli artisti diventano opinion leader, in cui si è fascisti, o semplicemente perché prendi posizioni.

Gli anni di un Sanremo sovranista o contro sovranista.

 

Claudio Palumbo

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