L’orgoglio negli occhi: il ritratto di Czesława Kwoka

Czesława Kwoka era una bambina con l’unico peccato di essere “polacca”.
Una giovane ed innocente vita fermata dalla ferocia nazista, però rimasta eterna grazie al fotografo polacco Wilhelm Brasse.

Czesława Kwoka morì appena all’età di 14 anni, quasi tutti vissuti, nella maggior parte dei casi, tra la paura ed il terrore di quel nuovo movimento politico nato da pochi anni in Germania: Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, o meglio conosciuto come “Partito Nazista”.
Lei non era altro che una delle tante polacche che furono sterminate per poter purificare un ipotetico mondo costituito da ariani, ma cosa l’ha resa così famosa? Ve lo dico io! Quello sguardo di chi nella vita ha combattuto il demonio e di chi non ha paura, anche se, in cuor suo, ne ha avuta tanta.

Una ragazza\donna divenuta il “modello” dell’orrore bellico grazie ad un altro internato a cui la sorte ha dato più speranze: Wilhelm Brasse

I destini di Brasse e di Kwoka si sarebbero incrociati ad Auschwitz nel 1943.

Il primo fu internato il 31 agosto 1940 dopo essersi opposto di giurare lealtà ad Hitler, la seconda, invece, fu internata come “prigioniera politica” data la sua residenza a Zamosc, colonia tedesca.

 

Brasse scattò le tre classiche foto: di lato, frontate e obliqua, ed esse ritraevano la ragazzina coi capelli rasati ed un labbro spaccato.

Prima di scattare queste foto, Czesɫawa era impaurita e chiedeva, nella bandita lingua polacca – vietata nel 1939 – dove fosse e cosa fosse successo. Le sue domande fecero scattare l’ira d’una Kapo’ che la bastonò violentemente sul volto come se l’innocente ragazza fosse stata la causa del suo malessere.

 

Il fotografo assistette inerme alla scena senza poter far nulla soffrendo anche lui per la giovane internata che subito si alzò, si asciugò le lacrime e si pulì il labbro sporco del suo stesso sangue e si mise in posa per essere “immortalata” l’ultima volta.

 

Brasse nel 2005 ricorderà con queste parole la piccola : ” …Prima che le scattassi la fotografia, la piccola si asciugò le lacrime e il sangue dal taglio sul labbro. A dire la verità, mi sono sentito come se fossi stato colpito io stesso, ma non ho potuto interferire…

 

A volte, mi soffermo dinnazi queste foto cercando di captare il dolore, i pensieri o le spensieratezze di chi c’è dall’altra parte.

Soggetti che hanno concluso la loro esistenza alla tua stessa età che, da decenni ti guardano fissi come se il loro spirito fosse intrappolato in quella pellicola; senza poter immaginare cosa sarebbe successo giorni, mesi o anni dopo.
La cattiveria umana si è spinta così tanto da guardare con disprezzo una ragazzina che a soli quattordici anni ha scoperto l’odio senza conoscere, fino in fondo, la bellezza dell’amore.
Morendo con la consapevolezza di essere detestata per il suo paese d’origine.

Antonio Vollono

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