Read slowly and see under the banana: “La vera essenza di Andy Warhol”

Stati Uniti d’America, XX secolo, in pieno sogno americano. Tutti sognano una vita migliore nel nuovo continente, dove la seconda Rivoluzione industriale, come un razzo, ha provocato uno spaventoso decollo dell’economia. Tra i neon di Las Vegas, le star di Hollywood e il business di Wall Street, sembravano grandi le promesse di benessere. Nasceva il consumismo e la società di massa. Flotte di immigrati navigavano verso l’ambita meta. Tra questi c’erano i coniugi slovacchi Warhola che nel 1928 diedero alla luce Andrew Wharola, a noi meglio noto come Andy Wharol. È in questo contesto che cresce uno dei maggiori esponenti della pop-art, la corrente artistica “popolare” della massa e dei consumi.

A Napoli, che regala sempre imperdibili occasioni, presso la Basilica della Pietra Santa, dal 26 settembre 2019 al 23 febbraio 2020 si svolge la mostra “La vera essenza di Andy Warhol” con più di 200 opere esposte. Sono messe in risalto soprattutto quelle realizzate a Napoli, la città che gli ricordava la sua New York. Scemo chi se la perde!

Warhol ha incarnato la realizzazione del sogno americano. Dalle umili origini è diventato in breve tempo un divo glamour, perfetto interprete del suo secolo, amato per l’originalità e la genialità, simbolo di spregiudicatezza e innovazione. Artista poliedrico che ha iniziato la sua carriera come pubblicitario lavorando presso riviste come Vogue (già un inizio modesto insomma), non solo pittore, vanta anche collaborazioni con il mondo del cinema e della musica. Tutti volevano frequentare il suo studio-azienda denominato Factory e considerato il posto più in della Grande Mela.

Rivoluzionò l’arte con l’utilizzo della tecnica serigrafica, la vivacità dei colori e gli inconsueti soggetti: ritratti e oggetti di uso comune che avevano monopolizzato la vita dell’uomo moderno in una società spersonalizzata e omologata. Lo scopo era rendere la serialità nell’arte, riproducendo più volte la stessa immagine, ma diversificandola attraverso le distribuzioni cromatiche: una provocazione e imitazione del metodo di produzione fordista. Warhol voleva essere l’artista del grande pubblico servendosi del nuovo linguaggio pubblicitario. Democratizzò l’arte ritenendo che non dovesse essere elitaria e astrusa, ma immediata e facile, in poche parole: commerciale.

Per questo motivo, come oggi sentiamo disprezzare la musica commerciale, così i suoi lavori dividono la critica in due. Tra chi li sottovaluta come prodotti volgarmente di massa, scenici ma freddi e privi di significato, e chi li apprezza e ne coglie il simbolismo come espressione di un’epoca. La loro impersonalità rispecchia l’appiattimento dell’io nel mondo moderno.

Non potete non riconoscere alcune delle sue produzioni più note

Campbell’s soup Cans 1962

32 serigrafie raffiguranti tutte le varietà di questa zuppa allora in commercio. Immaginate quante incomprensioni suscitò. Tra i miti intorno alla scelta, si mormora che fossero la sua pausa-pranzo preferita.

 

Marylin Monroe 1967

Il volto della diva riprodotto in 10 serigrafie a colori che consolidarono il suo ruolo come icona e desiderio di massa.

Vesuvius 1985

Serie omaggio alla città partenopea che nacque in occasione di una mostra al Museo di Capodimonte organizzata dal gallerista e amico Lucio Amelio. Qui ritorna alla tecnica della pittura a mano per dare maggiore espressività.

 

Copertina Velvet underground and Nico 1967

Semplicemente provocatoria, con l’esplicita allusione all’organo fallico nascosto al di sotto della banana che si sbuccia. Una delle migliori copertine della storia e ispirazione del titolo dell’articolo (se qualcuno non l’avesse capito).

 

Alla mostra potrete ammirare personalmente queste e molte altre. Giusto per dare un assaggio: ne troverete un paio della serie Flowers, le serigrafie di Mao e altri vip, oltre agli schizzi di accessori realizzati in collaborazione con le case di moda, per non parlare dei ritratti e delle foto… Sarete circondati da stelle immortalate dalla firma Warhol.

Coinvolgente la sezione dedicata alla musica, in cui potrete vedere altre copertine da lui realizzate, come quelle per i Rolling Stones, lasciandovi cullare, nel frattempo, dai brani degli album. Trasportati dal contesto, vi sembrerà di aver fatto un salto all’indietro nei mitici anni ’60, seduti sui divanetti tra Lou Reed e Mick Jagger.

Merita una menzione anche il gruppo di opere dedicate all’Italia, forse meno conosciute. Napoli era sicuramente la città che lo affascinava di più, come NY: “due caldaie,due ribollitori di energia pronti ad esplodere”. Le strade della metropoli gli ispirarono Ladies and Gentlemen, acetati raffiguranti travestiti (i femminielli) che gli ricordavano le Drag queen Newyorkesi, assunti a manifesto dello sdoganamento sessuale che voleva promuovere (lui stesso era omosessuale). Inoltre, con la sua polaroid, altro suo mezzo di espressione artistica, realizzò le Napoliroid. E ancora, scoprirete (o ricorderete) che in omaggio alla cultura italiana, ha rielaborato nel suo stile la Gioconda e L’Ultima cena.

Ho già detto che siete proprio fessi se ve la perdete? Sarà che sono fissata con il mito americano, ma è stato come sognare ad occhi aperti. Davvero ben organizzata e consigliata, sebbene il merito artistico del protagonista faccia la gran parte.

Vi lascio con una frase di questo eccentrico caschetto biondo che si giudicava “profondamente superficiale”: “Non si tratta del fatto che non mi piace parlare di me, è che in realtà non c’è niente da dire su di me. Nelle interviste non parlo o non dico molto; in questo momento in realtà non sto dicendo niente. Se volete sapere tutto su Andy Warhol, guardate solo la superficie: dei miei dipinti, dei miei film e di me, eccomi là. Dietro non c’è niente”.

Ma è realmente questa la sua vera è essenza?

 

 

 

 

Giusy D’Elia

 

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