Dimmi fino a che punto posso spingermi?

Vi capita mai di riflettere sul vostro passato, sulle scelte fatte? Di pensare alla vostra condizione attuale? Vi succede, nelle relazioni quotidiane di chiedervi quale sia il limite da non dover mai superare?

Beh, sarà che non dormo molto ma spesso, di notte o quando giro da sola in auto oppure mentre passeggio, mi chiedo se sia lecito desiderare sempre di più di ciò che sia ha.

Da piccola gli adulti mi definivano “una ragazzina indisponente”, sarà che io nei limiti proprio non ci so stare, sarà che devo avere sempre l’ultima parola ma, più probabilmente, anzi, con ogni certezza, la mia sfida non è mai stata contro gli altri, piuttosto con me stessa. Un desiderio che controllo con difficoltà, voler andare oltre per vedere cosa succede e, soprattutto, andare oltre per vedere se riesco a cavarmela anche in circostanze totalmente incognite.

Faccio questa banale introduzione per dire che, no, non ho qualche sindrome da borderline, più semplicemente mi interrogo su me stessa e su ciò che mi circonda.

Probabilmente Eschilo su di me ci avrebbe creato un personaggio per una sua tragedia greca, mi avrebbe certamente affibbiato il topos della hybris, che presso gli antichi simboleggiava “l’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito”.

In realtà per gli antichi, tutti noi oggi, saremmo un popolo affetto dalla “concupiscenza degli occhi”, uomini disincantati e disinibiti, uomini affetti da un male diabolico, LA CURIOSITÀ.

Ma la domanda fondamentale credo sia “siamo in grado col nostro intelletto di comprendere le risposte alle domande poste dalla curiosità?”

Kant sosteneva che l’intelletto fosse un’isola dai “confini precisi ed immutabili” circondata da un mare di apparenze, l’inconoscibile, il non verificabile, domande eterne come “l’anima è mortale o immortale”, “l’universo è finito o infinito?”

Alcuni anni dopo, nella Gaia scienza, Nietzsche fece pronunciare all’uomo folle il famoso aforisma “DIO È MORTO E NOI L’ABBIAMO UCCISO”, era, questo, un urlo non di gioia, non di potenza, ma un grido di terrore.

L’umo folle aveva compreso, i limiti erano orami stati eliminati, l’umanità era nel caos. L’uomo moderno, aveva avuto troppe conoscenze in troppo poco tempo.

L’uomo folle aveva compreso, “ammazzando Dio”, unità di misura di tutti i valori aveva eliminato la sorgente di tutti i limiti e aveva gettato l’uomo in un buco nero in cui nulla aveva più valore.

Ma lo stesso Nietzsche anni dopo sostenne che fosse vile l’uomo che non si fosse prodigato per la conoscenza della verità. E ancora dopo Hegel affermò che la definizione stessa di limite ne implicava la negazione, ossia, se si asserisce che ci sia un limite allora si conferma che ci sia qualcosa oltre di esso.

Premo le dita sulla tastiera e mi chiedo se anche voi, qualche volta vi sentiate smarriti, mi chiedo se comprendiamo la potenza delle nostre conoscenze e mi chiedo se il fine giustifichi i mezzi.

Ma quindi, cosa fare? Se superiamo il limite abbiamo la conoscenza ma se quella verità non ci piace non possiamo più tornare indietro… alla stabile ignoranza.

Allora vi pongo la domanda iniziale, ditemi, fino a che punto possiamo spingerci? Quali limiti è giusto superare?

Anna Russo

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