Luca Iavarone racconta il Figlio Velato: 00Luca un’operazione totale

 “Il Figlio Velato è un’operazione di arte contemporanea totale”

Esordisce Luca.

 

Un’azione site specific, nell’ideazione della quale, insieme a Jago, mi sono ispirato alla land art e a Joseph Beuys, che Lucio Amelio aveva portato a Napoli. E in più, oltre a questi riferimenti storici e storicizzati, ci è entrato tutto il mio amore per la street art, che mi aveva fatto realizzare guide video e scoprire artisti del calibro di Jorit. Tutte queste energie, tutte queste esperienze sono confluite nel Figlio Velato alla Sanità.

Stanco, distrutto dalla vita, mi stendo sul marmo.

Fa freddo e ritraggo le membra.

 

Questa operazione la chiamo “totale”, in senso wagneriano, perché confluiscono in essa più aspetti: alla base di tutto ovviamente c’è il talento di un artista del calibro di Jago a cui si coniuga anche la restituzione dell’opera a un luogo e a una comunità: la Sanità.

Il quartiere è protagonista e simbolo di una rinascita, di una riscossa oserei dire. Lì la lotta tra il bene e il male che il popolo è chiamato a combattere è senza pari, quasi una guerra civile e come potevamo non donare un’opera, e quindi un’opportunità di lavoro, di bellezza, di riscatto a un “teatro di guerra”?

Pruuuumm po po po, bang!

 

A completare il quadro della “totalità” c’è un fattore metatemporale: l’arte contemporanea con la sua azione dirompente riapre le porte e il dialogo con l’arte antica e dunque riapre una cappella, la Cappella dei Bianchi nella Chiesa di San Severo, dove ci sono opere di Fracanzano, Bernardo Cavallino, Vaccaro e ben tre Luca Giordano. Quella cappella che è stata chiusa al pubblico per tanti anni, un gioiello del barocco, finalmente rivede la luce e i suoi legittimi visitatori grazie all’azione del contemporaneo.

 

Prima citavo Jorit perché ho realizzato in tempi non sospetti il primo documentario su di lui. All’epoca la poetica del nostro grande street artist era ancora incompresa e poco manifesta. Nel tempo poi tutti hanno capito la forza dirompente della sua arte, quella di dare nuovo respiro alle periferie donando ad esse dei simboli che però già gli appartenevano -per vicinanza, contiguità o ispirazione- e facendo sì che si creasse un flusso turistico, fotografico, social di bellezza, che dovesse necessariamente passare per quei luoghi.

Jorit ha fatto delle periferie e delle strade marginali delle vere e proprie porte della città, attraverso cui passare necessariamente, fare un pellegrinaggio, andare a scattare una foto. Questo è quello che speriamo sinceramente avverrà anche con il Figlio Velato, che possa diventare una meta di un nuovo flusso che decentri, portando le persone fin dentro i ghetti.

 

Un po’ di luce

 

Quando abbiamo aperto ero molto emozionato ma allo stesso tempo molto determinato. Io e Jago ci siamo detti fortemente che non avremmo permesso a nessuno di mettere il cappello su quella operazione nata dal basso e così genuina. E così non abbiamo permesso vetrine politiche di alcun tipo. Nessun politico o esponente del potere è stato invitato a parlare all’inaugurazione. L’unica persona che ha avuto il microfono per nostra scelta è stato Padre Loffredo che è il parroco militante del cambiamento alla Sanità. Dopo di lui null’altro. Jago ha preso dalla sua tasca le chiavi della Cappella e l’ha riaperta. Un gesto semplice e simbolico di restituzione. Nulla più

 

 

Devo dire che io e Jago ci siamo sempre trovati perfettamente d’accordo e in sintonia.

Abbiamo due caratteri diversi ma siamo entrambi molto determinati. Questo ci ha portato a superare innumerevoli difficoltà di ogni sorta.

 

 

Immagina che in un lavoro di più di due anni non è stato semplice ideare un’opera, scolpirla a NY e poi riportarla in Italia. Innanzitutto perché donare un’opera è molto più difficile che venderla. Ma non ci siamo persi d’animo. Devo dire che Jago è più bravo di me ad incassare i colpi sul momento, io mi lascio prendere spesso dal nervosismo, ma lui è sempre pronto a calmarmi e farmi tornare il sorriso. Su tutte, ti racconto di una volta in cui lui mi ha placato come nessun altro avrebbe potuto fare. Di tutta questa operazione gigantesca verrà fuori un documentario, che segue l’artista dal giorno dell’ideazione fino all’inaugurazione del Figlio. Per realizzare il documentario abbiamo anche girato a Cappella Sansevero, che mi era stata gentilmente concessa dagli eredi di Raimondo di Sangro. Il primo giorno di riprese, Jago era venuto apposta da NYC per il set, i legali di Cappella Sansevero si accorgono che c’era un cavillo da sistemare nel contratto di assicurazione. Motivo per il quale, a set organizzato e maestranze convocate, dobbiamo rimandare di un mese le registrazioni. Ecco, io in quel momento ero di un nervoso… E Jago, nonostante fosse venuto da 9 ore di volo, mi è stato vicino placandomi con battute e smorzando la tensione. Ecco, abbiamo un’ottima sinergia anche caratteriale.

 

Aprono le porte e io chiudo gli occhi, ora mi fermo e lascio fare

 

Questo per raccontarti un aneddoto simpatico. Ma le difficoltà sono state tante. Pensa che per molto tempo pensavamo che non sarebbe stato possibile fare questa operazione a Napoli. Tutto remava contro di noi. Avevamo bisogno di firme, di partocinii, di permessi. E non è semplice, a Napoli, al Sud, nel 2020, realizzare le cose, soprattutto se non vuoi che nessuno ci mangi sopra. Alla fine ci ha premiati la caparbietà e la qualità del lavoro.

Sinceramente è un piccolo miracolo, ma se l’abbiamo potuto fare vuol dire che tutti possono tentare di farlo e riuscirci a loro volta.

 

Ci vuole impegno a nascere sul freddo, per farlo devi schivare gli spari, fuggire nelle botole e uscire senza rompere il silenzio. Posso solo provarci, sono un figlio, sono figlio della rinascita, sono figlio di chi mi vuole.

 

La cosa divertente è che questo approccio “coraggioso” che Jago instilla in tutti, me compreso è sintomatico di un nuovo corso e di una nuova modalità dell’arte contemporanea. Se riguardo alla sua banana chiedi a Cattelan “posso farlo anch’io?” lui ti risponde di no, rivendicando il concetto. Se chiedi a Jago, davanti al Figlio Velato “posso farlo anch’io?” lui ti risponde “Certo, devi! Puoi fare meglio di me, ora è il tuo turno”.

 

 

È interessante come un’operazione artistica di questo tipo prescinda dal significato che il curatore o l’artista possono dargli. È ovvio che i significati e le interpretazioni nostre, singole, sono state scaturenti del lavoro. Ma dopo la donazione alla Sanità, il Figlio ha tutta una nuova luce, quella degli abitanti che lo hanno adottato. Allora non ha più senso dare la mia interpretazione di quel soggetto scultoreo. Ha molto più senso raccontarti il senso nuovo che ha assunto a contatto con la sua nuova comunità: innanzitutto è diventato un portafortuna, perché subito sono usciti i “numeri” del figlio velato al bancolotto; e poi è diventato il simbolo di tutte quelle famiglie che hanno subito perdite dolorose, che hanno figli morti nelle faide di camorra. Ho visto tante mamme dire “questo è mio figlio”.

 

Sono tuo figlio

 

– Mi sembra che il cerchio adesso sia chiuso-

– Pare pure a me –

 

Benedetta De Nicola

Chiacchierata con Luca Iavarone, ideatore e curatore dell’operazione Figlio Velato.

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