Babà, una storia di avarizia e fesseria

A Napoli il termine “babà” può essere attribuito ad una persona in modo dispregiativo per marcare la mollezza di quest’ultima. La vicenda del mercante Babà mi ha fatto tornare alla mente quest’offesa.

A Baghdad, il Califfo Hārūn al-Rashīd passeggia per le strade con il suo visir Jafàr, in quest’uscita incontra tre uomini insoliti. Incuriosito dalle loro personalità, decise di ascoltare la storia degli uomini nel suo palazzo.

Qui vorrei citare la vicenda del mercante cieco Babà Abdallà.

Babà Abdallà si trovava nel deserto con i suoi cento cammelli, di lì fu fermato da un viaggiatore che gli chiese aiuto per trovare un tesoro, in cambio avrebbero diviso il bottino. Così l’oro fu trovato e Babà, dopo aver preso la sua parte, concesse allo sconosciuto quaranta cammelli per il viaggio di ritorno.

Ma l’avarizia prese il sopravvento, pertanto Babà ritornò sulle sue decisioni e convinse lo straniero a restituirgli i quaranta cammelli più la restante parte del bottino. Non contento chiese il contenuto di un curioso vaso.

Il viaggiatore gli rivelò che fosse della semplice pomata che, applicata su un occhio, dava la capacità di vedere cose impossibili da vedere per i comuni mortali, compresi tesori nascosti. Ma Babà, contravvenendo alle avvertenze dello straniero, passò la pomata su entrambi gli occhi diventando cieco e povero.

In quanto a me, la vicenda ha ricordato quest’offesa perché, oltre la mollezza, spesso con questo termine si mette in risalto la stupidità del destinatario dell’insulto.

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In foto: Donatella Saladino, Mille e una notte