Storie e paradossi, un esempio da “Le mille e una notte”

Viviamo di storie e più ne scopro, maggiori sono le perplessità riguardo alcune di esse. Vi racconto la Storia dei tre pomi, di un corpo fatto a pezzi e un lieto fine.

Sono seduto al bar, quando distratto sento una mano toccarmi la spalla, una vecchia conoscenza. Chi di voi non ha presente il momento imbarazzante in cui mancano le parole e allora, pur di scambiare qualche chiacchiera, si gioca la canonica carta del “come va?” che poi non è tanto importante sentire la risposta, questo è ovvio. Successivamente, dopo qualche attimo di silenzio imbarazzante, ci si guarda e, presa coscienza che non c’è proprio nulla da dire, si dice: “Eh va be’, ora vado; ma sentiamoci qualche volta”.

Mi sono spesso soffermato sulla nostra esigenza di scambiare storie, episodi letti, novità sostanziali della vita o semplicemente piccoli pettegolezzi; e sono sempre rimasto affascinato da chi anche quando ti racconta che deve andare in bagno lo fa con la maestria di un cantastorie.

Così da quando sono nato ne ho divorate a migliaia e più cresco più mi diverto a giocare con i paradossi di alcune di esse. Oggi voglio scomodare un testo illustrissimo, mettetevi comodi sto per raccontarvi la Storia dei tre pomi:

In una notte illuminata da una piacevole luna, il califfo Haroun-al-Rascid passeggia per le strade in compagnia del gran visir Giafar, quando all’improvviso scorgono un vecchio pescatore. Quest’ultimo confida ai due di essere molto povero e Haroun, mosso a compassione, gli chiede di gettare le sue reti nel fiume in cambio di cento zecchini d’oro. Dalle reti, con sorpresa di tutti, uscirà un baule contenente un cadavere di donna fatto a pezzi.

Inizia un giallo e il califfo, accusando di negligenza il gran visir perché permette l’avvento di crimini orrendi sotto al suo naso, gli ordina di trovare il colpevole entro tre giorni, pena la morte. Giafar si mette subito a lavoro, anche se personalmente me la sarei data a gambe; nulla contro di lui ma, senza nemmeno uno straccio di prova o la benché minima idea di dove iniziare, un viaggio oltre i confini imperiali l’avrei pianificato.

Come ovvio, il povero gran visir non riesce nel suo intento, pertanto si procede verso l’esecuzione, ma proprio mentre Giafar, insieme a quaranta del suo parentado, stava per passare a miglior vita un giovane e un vecchio si dichiarano essere i colpevoli del delitto.

È noto come lo schema de Le mille e una notte è costituito da un susseguirsi di storie nelle storie, al pari di una scatola cinese.

Il giovane, interrogato, racconta la sua vicenda.

 

Storia della dama trucidata e del giovane suo marito

“[…] la dama trucidata era mia moglie, figlia di questo vecchio, il quale è mio zio paterno. Ho da lei avuto tre figliuoli maschi tuttora vivi, e deggio renderle questa giustizia che non mi ha dato mai il menomo motivo di dispiacere”.

Uno sciagurato giorno, la povera donna, chiese al marito di procurarle dei pomi. Tuttavia prima di poterli recuperare trascorse diverso tempo, al ritorno dell’uomo ormai lei non li desiderava più. Nonostante ciò, fu grata al marito e li conservò con premura.

“Pochi giorni dopo il mio viaggio, stando seduto nella mia bottega, vidi passare un grosso schiavo nero, il quale aveva in mano un pomo di quelli da me recati da Bassora. Chiamai allora lo schiavo a me, e gli dissi: — Buon schiavo, insegnami, ti prego, ove hai preso cotesto pomo? — È — mi rispose — un dono che mi ha fatto la mia innamorata […]”.

Dopo la conversazione, il giovane accecato dalla gelosia, avendo visto che uno dei tre pomi era scomparso e nessuno l’aveva mangiato, uccise la donna. La sfigurò e fece a pezzi il suo corpo gettandolo nel fiume. Di ritorno, notando il figlio piangere gli chiese il motivo di tanto sconforto:

“— Padre mio — mi disse — stamani ho preso a mia

madre, senza che ella se ne sia avveduta, uno de’ tre

pomi che voi le avete arrecati; ma stando non ha guari a

giuocar nella strada co’ miei fratellini, un grosso schiavo

che passava me l’ha strappato di mano, e l’ha portato

via”.

Dopo aver ascoltato la storia, il califfo decide che a pagarne le conseguenze sarebbe dovuto essere lo schiavo. Così incaricò Giafar di trovarlo, in caso di un esito negativo avrebbe pagato, come in precedenza, con la vita.

Ora, una volta la voglio pure capire, ma due sei scemo. Grazie alla formidabile lealtà, il gran visir non recede davanti ai propri impegni e allo scadere del tempo si prepara da vero stoico a compiere il suo destino. Devo ammettere che c’è sempre una certa epicità in episodi del genere, soprattutto quando Giafar dà un ultimo saluto ai propri cari. In questa occasione si accorge che la figlia minore ha tra le mani lo stesso pomo descritto dal giovane uomo. Così curioso le chiede dove l’avesse trovato.

Si scoprirà che il ladro in questione è lo stesso servo del gran visir e, per la gioia di quest’ultimo, il mistero è stato risolto.

A questo punto si compie il paradosso più grande della storia, Giafar – portato lo schiavo al cospetto del califfo – sostiene che dopo aver sentito questa storia, i torti procurati dal servo sarebbero stati perdonati.

Così avvenne e indovinate? Il califfo, mosso dalla compassione, decide di risparmiare la vita dello schiavo.

Il finale è qualcosa di epico, lo schiavo è graziato. Giafar – come se nulla fosse –ritorna alla vita di tutti i giorni. Al giovane infine, viene data in moglie una serva e risarcito in denari.

Insomma un classico lieto fine; come se nulla fosse, tutto è tornato alla normalità, e chi se ne frega del rimorso di aver ucciso una donna, di aver reso orfanelli i tuoi figli e di aver tolto l’affetto più prezioso di un padre che per giunta voleva farsi ammazzare al posto tuo.

Scherzi a parte, ne Le mille e una notte, molti hanno la vita salva grazie al fatto di raccontare storie, mi riporta un po’ alla riflessione iniziale e su come siano importante per noi, che sia un commento sul nuovo amante del nostro amico o una dichiarazione d’amore, poco importa, siamo animali sociali: in un certo senso le storie ci salvano la vita.

Io continuo a bere il mio caffè da solo ma poco importa: le voci nella testa mi tengono compagnia.

 

Raffaele Iorio

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