Pompei letteraria e altre storielle: Je aggia ie a Pumpeje

Questa storiella un po’ macabra la raccontava sempre un mio zio che, molti anni fa, lavorava a Napoli e vi si recava in treno.

Tra il vociare delle persone che erano in coda per fare i biglietti, aveva scorto una conversazione tra due turisti che interagivano così, per passare il tempo, con un altro uomo:

-Mah, guarda, du’ pietrine, mica nulla di eccezionale – diceva uno-

-Domani andiamo a vedere la Villa di Maradona- diceva l’altro

Le “due pietrine” di cui si parlava, erano gli Scavi di Pompei.

Se ci fermassimo un secondo a riflettere su cosa sia Pompei effettivamente, la pelle ci si accapponerebbe.

Una città morta mentre era nel pieno della vita, coperta dalla cenere, asfissiata dai fumi tossici e, infine sepolta dal tempo.

Ma se quei due turisti erano rimasti delusi da quelle “due pietrine”,  dovremmo poter considerare l’Idea che questa città non sia poi così una così grande scoperta, quindi, pensiamoci:

Vittorio Imbriani scrive un racconto epistolare indirizzato a Matteo Sturdza, Pompei Notturna e nota come quelle pietre ammassate e ricolme di morte siano terrificanti più che suggestive… di giorno.

“Solo un mucchio di vastissime rovine”

Ma di notte, quando la Pompei nuova dorme e i visitatori tacciono e le rovine pensano, è allora che si compie la magia. Imbriani vede Arianna assopita e Bacco che la sorveglia, vede la bella addormentata di Perrault che si desterà di lì a poco, baciata dal principe.

E così nasce un nuovo giorno e le pietre ritornano ad essere popolate dalla novità di persone che letteralmente camminano tra i morti viventi.

Se oggi decidiamo di andare agli Scavi e di documentarci prima di entrare, andiamo in libreria o su internet e compriamo una guida dettagliata. Anche a scuola, quando studiamo la Storia dell’Arte, Pompei è sempre tra le primissime ad essere attentamente trattata in quanto unica al mondo. Ma durante la seconda metà del 1800, nessun Ibs poteva correre in soccorso. Il giornalista italo-svizzero Marco Monnier decise di scrivere “un libro piccolo, esatto e coscienzioso, istruttivo e piacevole”, quindi partorì una guida romanzata chiamata Pompei e i Pompeiani con la quale era possibile iniziare a districarsi tra le viuzze della città che Dumas e lo stesso Vittorio Imbriani vedevano come una “bella addormentata” che alle luci dell’alba e al primo sibilo del visitatore, perde la magia dell’antico.

Pompei, Pompei… città mariana, città del famoso Santuario, sede di numerosi pellegrinaggi.

Je aggia ie a Pumpeje

Diceva Gennaro Iovine in Napoli Milionaria.

La Pompei, però, di Bartolo Longo al quale dobbiamo il famoso santuario, la Pompei mariana e meta di pellegrinaggi.

Nuovo e antico, presente e passato.

Un parere positivo e di ammirazione nei confronti di Bartolo Longo e la sua opera, lo aveva la grande Matilde Serao .

Addio, Amore! Ci mostra la città nella sua double face.

La protagonista Anna Acquavivasi decide di incontrarsi col suo amato, Giustino Morelli, al sepolcro di Nevoleia Tyche, “una fanciulla pompeiana docissima”,come recita l’iscrizione, affrancata dalla schiavitù e, quindi, simbolica per Anna che sta scappando con Morelli dal tutore, Dias, il quale si oppone all’unione dei due amanti.

Anna vuole rinascere dove il fuoco ha incenerito e ucciso, vuole vivere dove la morte ha preso il sopravvento, infatti nel suo viaggio in treno verso la città, ciò che spicca è l’innalzarsi di questo monte strumento di morte, eterno nel suo fuoco di distruzione. Anna, quindi, inizia a sentire quasi un presagio che la ricolleghi a Pompei nella sua infinita morte istantanea, quella dei fumi tossici e della lava, quella da cui vorrebbe ricominciare.

Ma non vi svelerò altro, anzi.

Vi dirò solo che il fuoco della passione e quello del Vesuvio che sormonta Pompei, alla fine, non sono poi così distanti.

La Pompei letteraria, raccontata e descritta di cui parliamo, la Pompei che si mescola con il Santuario di Bartolo Longo, questa Pompei che oggi è ancora meta di pellegrinaggio, ci ricorda quanto il passato forgi il presente, quanto dal fuoco non possano nascere fiori, ma nuove realtà.

E ricordiamoci sempre che da quello strumento di morte, da una casina a Torre del Greco, Leopardi scorse un fiore giallo che nel coraggio di nascere su una schiena arida, aspra, è diventato simbolo di solidarietà.

 

Benedetta De Nicola

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