Nella puntata precedente – di cosa stiamo parlando?

Lo spiegone definitivo per comprendere (o ricordare) perché le serie tv piacciono così tanto.
Okay, ragazzi. Ripetete assieme a me.
Una serie è un racconto diviso in più riprese, che si chiamano episodi o puntate. Quindi non fate i saputelli se vostra nonna dal divano vi dice “sto guardando la puntata, a nonna”. Abbiate rispetto per le persone anziane: è lei che vi dà la mazzetta al pranzo domenicale. Io non me la giocherei così.

Una serie tv, o series se siete al pub con la tipa conosciuta sul gruppo Facebook “Amanti delle series – scopo sincera amicizia” e volete mandare velocemente la palla 8 in buca d’angolo, è il medesimo racconto di prima ma con le immagini in movimento e pre-registrate (giusto per distinguerle, tipo, da rappresentazioni live in teatro). La parola “tv” è un vecchio retaggio che ci portiamo dietro per sottendere la visione tramite uno schermo (del televisore per i più classicisti o del tablet per chi vuole godersi la pace lasciando il mondo fuori dalla porta del gabinetto, ma anche un proiettore su tela bianca per gli amanti dell’home theatre). Un modo di dire come “telefonino” per indicare il dispositivo che oggigiorno non serve solo per effettuare telefonate, o “buona donna” per indicare la cugina di quello all’ultimo banco che se la ride e non mi sta ascoltando. Tanto, ti metto 2.
Una stagione è una parte della serie, definita da episodi che hanno un elemento in comune, come la temporalità – le puntate in un anno, per esempio – o un aspetto della trama – l’approfondimento di un personaggio.
Okay, ragazzi. Ora ditemi perché, secondo voi, le serie tv sono seguite da tanti al giorno d’oggi. Sentiamo.

“Un film dura un’ora e mezzo/due ore. Una puntata dura una mezz’oretta e via”.

Una puntata, una sola, dura una trentina di minuti, in media. Ammucchiando tutte le ore di cui è composta una serie, manco una maratona del Signore degli Anelli – extended version è così lunga. E poi non è detto che una puntata sia per forza breve: l’ultima stagione di Game of Thrones, per citare un cult riconosciuto anche dalle pietre, a puntata dura quasi quanto un film.
La concezione base di un medio-lungometraggio è, come gli schemi di narrativa insegnano, costituita da un inizio, dove si presentano personaggi e luoghi, una parte centrale, dove avviene l’azione madre o si esprime il perché stiamo raccontando proprio quella storia, e una fine, dove si risolve tutto – o non si risolve volutamente nulla. Immaginiamo un grafico, dove a ognuno di questi punti sopraelencati corrisponde un picco verso l’alto di attenzione. Nello spazio, che in questo caso corrisponde al tempo, tra inizio e centro il picco si ammoscia, e così tra centro e fine. In un film di due ore, i picchi sono temporalmente più distanti tra loro e quindi i momenti di “quiete” sono più dilatati.
Il meccanismo di una puntata di una serie è praticamente la stessa cosa: chi, cosa, dove e quando in principio, perché in mezzo, come alla fine. Con la differenza che, nel caso di una serie con episodi non autoconclusivi, per intrecciare le puntate tra loro, al termine c’è un plot, quel pezzo che fa proseguire la trama e titilla la curiosità dello spettatore. Per l’attenzione, la differenza sta nel tempo che intercorre tra un picco e l’altro: un episodio di trenta minuti restringe tali momenti e così sembra possedere più mordente. Inoltre, durante la serie ci sono circostanze che si ripropongono proprio per non farci perdere tempo a rimembrare cosa è successo qualche episodio fa. Per non parlare poi degli spiegoni, i “nelle puntate precedenti” / “previously on” a inizio visione che non ci fanno sforzare le meningi nemmeno per riportare a galla quei momenti che abbiamo carpito passivamente durante la visione.

Ecco perché se guardiamo una puntata a settimana riusciamo a seguire preparatissimi una serie intera, ma se guardiamo un film in tranche da quindici minuti a sera dobbiamo ritornare indietro di qualche frame perché abbiamo perso il filo. Ed ecco spiegato un aspetto del generale successo delle serie tv: la struttura.

“Un tempo le serie tv erano davvero pochine”.
Sbirciando tra le pagine dei Golden Globe degli anni ’90, alla categoria “serie tv drammatica” si propone spesso il titolo X-Files. Perché c’era solo X-Files, diranno quelli che considerano Don Matteo un brillante giallo a puntate.

Effettuando un’ulteriore ricerca (e nemmeno tanto approfondita: basta leggere i nomi sotto a quello di X-Files per farsi un’idea), un tempo le serie tv erano decisamente meno rispetto a ciò che il convento ci passa attualmente. E tante grazie: un tempo, una serie tv americana, per esempio, doveva essere prodotta da qualcuno che sganciava quattrini anche per comprarle il biglietto per la nave che l’avrebbe portata da una costa all’altra dell’oceano a speranzosi studi di doppiaggio, i quali bussavano alle porte delle (quelle sì che erano) poche ma interessate reti televisive che infine decidevano di mandarla in onda a orari flessibili e con qualche piccolo accorgimento. Così, per restare in tema UFO e misteri, nel 1997 ci siamo ritrovati sulla tv di Stato la serie Dark Skies che, per fare un po’ di polemica che fa bene al fegato, uscì un anno prima in America e, arrivata in Italia, alla seconda puntata passò dal palinsesto serale a quello del pomeriggio domenicale, venne bloccata per poi essere ripresa un anno dopo e piazzata di domenica sera tardi in piena estate, per passare di giovedì in seconda serata, per essere infine magicamente soppressa. Non ebbe il successo sperato. Ma che strano.

Ma, dicevamo, dire “poche” non è corretto. C’erano, eccome, ma avevano una forma diversa rispetto ai tempi moderni. Considerando soltanto la narrativa fiction (il “racconto di fantasia”, ma la chiamo così giusto per distinguerla dalla serialità di un prodotto che non ha contaminazioni di avvenimenti inventati, tipo i documentari storici – perdonatemi l’esempio un po’ banalotto), tralasciando i primi veri serial che erano i romanzi d’appendice, i feuilletton dell’Ottocento che quindi andavano letti, e le soap opera come Sentieri che nacquero per la radio e gattonarono sino a crescere sul piccolo schermo, una manciata di anni fa l’appuntamento fisso era creato per la televisione, davanti al televisore, nel dato giorno, alla tale ora. Adesso abbiamo addirittura le web-series, spesso prodotte da amanti del cinema ma non necessariamente cineasti, e le serie sono disponibili su un qualsiasi dispositivo in grado di mischiare i pixel per creare immagini in movimento, ovunque, acca ventiquattro.
Ecco svelato un altro aspetto fondamentale dell’attuale successo delle serie tv: la fruibilità.

Okay, ragazzi. Riassumiamo: oggi c’è più scelta perché ci sono più modi per seguire, ma anche per distribuire, una serie, e ogni puntata è strutturata per farci andare avanti con la visione senza affaticarci la testa con momenti più blandi. E, soprattutto, prima non c’erano poche serie, ma sicuramente meno rispetto a oggi.

È inutile porvi la domanda “quali serie sono migliori: le vecchie o quelle nuove?”, perché perdereste tempo prezioso: nessuno può rispondervi.

Le serie moderne sono curatissime nei dettagli tecnici, per la gioia di vista e udito, complice il fatto che i mezzi con cui lavorare sono sempre più precisi per gli addetti ai lavori e, in buona parte, alla portata degli amatori che vogliono impratichirsi. Se molte di esse pare non acchiappino, non coinvolgano, non credo sia (soltanto) un problema del comparto “sceneggiatura”: c’è una scelta video estremamente vasta, ed è più facile incappare in una ciofeca. Ed è difficile innovare, essere sempre originali, quando in passato c’è stato chi ha osato ed è riuscito a strabiliare il pubblico e, magari, stravolgere il concetto stesso di serialità.

Dicendo questo ci allacciamo al discorso sulle serie datate: tra molte che sono invecchiate maluccio, ci sono tante altre che sono diventate dei veri e propri postulati audiovisivi, dei dettami da seguire per creare un prodotto memorabile, o ci sono talune che più semplicemente saranno ricordate dalle generazioni future che paradossalmente quelle serie non le hanno viste e non le vedranno mai, ma le conosceranno (e riconosceranno) attraverso la cultura pop e i suoi numerosi rimandi, le citazioni, i remake, la nostalgia, i meme.
Non ci credete? Allora due semplici parole schiacceranno il tasto play della vostra memoria, alla voce “colonne sonore”, qualsiasi età voi abbiate.
Okay, ragazzi. Proviamoci: Twin Peaks.

Funziona?

 

Antonio Liccardo

 

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