Eugenio Montale: la mosca e il girasole mai colto

Dietro un sommo poeta c’è pur sempre un debole uomo come tutti, che può sbagliare e cadere vittima delle ingarbugliate matasse dei suoi sentimenti da cui non riesce a districarsi. Così potremmo definire la vita sentimentale di Montale, che di certo non fu un amante perfetto, ma ebbe “perfette” amanti che si accontentarono delle briciole, di promesse e corrispondenze.

Drusilla Tanzi, ufficialmente signora Montale nel 1962, è solitamente considerata la donna più importante della sua vita. Soprannominata affettuosamente Mosca per via delle spesse lenti che indossava, dopo la sua morte, il poeta le dedicò le sezioni Xenia I e II contenute in Satura (1971). In queste, il rimpianto e la commemorazione della moglie sono così struggenti e amorevoli da aver creato quasi un mito intorno alla loro storia d’amore, interpretata come intensa, sincera, oltre i confini della morte, eternizzata attraverso la poesia. Subito saltano alla mente Ho sceso dandoti il braccio o L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, nelle quali la presenta come spalla, colonna portante, fonte del suo coraggio nello sfacelo dell’illusorio mondo circostante.

Incontestabili il reale affetto e il dolore per la sua perdita, ma siamo davvero sicuri che Mosca fosse il vero amore con la A maiuscola? Lei che lo aveva sostenuto economicamente, lei che per lui aveva mollato il precedente marito e figlio, attendendo ben 36 anni prima che si decidesse a sposarla, lei che aveva ricevuto in cambio i suoi tradimenti, perdonandoli sempre.

Eppure, due raccolte precedenti: Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1965), oltre a poesie sparse nella stessa Satura, sono dedicate ad una donna diversa, indicata come I. B. o come Clizia. Di chi si tratta? Un’amica? Un’amante? Una creazione letteraria?

Un bel giorno del 1933, una giovane donna straniera, dai corti capelli ebano e dagli occhi ghiaccio, bussò alle porte del direttore del Gabinetto scientifico letterario Vieusseux. Quella donna era Irma Brandeis, una dantista americana giunta a Firenze per gli studi che, approfittando della permanenza in città, volle realizzare il suo desiderio più grande: conoscere il suo poeta preferito Eugenio Montale.

Il primo incontro fu deludente, perché la ragazza trovò l’idolo piatto e noioso rispetto alle sue poesie (all’epoca Ossi di seppia, 1925). Approfondendo la conoscenza, proprio quel divario tra il Montale-uomo e il Montale-poeta la colpì fino a farla innamorare, ricambiata. Una love story fiabesca se non fosse stato per la presenza nascosta di Drusilla, della quale la bella americana venne a sapere solo l’anno successivo, dopo aver lasciato l’Italia e, come se non bastasse, tramite lettere!

Immaginiamo la sofferenza e la rabbia nello scoprire di essere l’amante a km di distanza, dopo un anno di menzogne e, quando i mezzi di comunicazione e di trasporto, non di certo immediati come oggi, non permettevano un confronto diretto. Immaginiamola Irma, distrutta e ingannata dall’uomo che amava e chiediamoci cosa avremmo fatto al suo posto… probabilmente, a mente lucida, chi non avrebbe risposto, chi avrebbe risposto con un invito ad andare… a visitare nuove mete… Ma una donna innamorata cosa fa? Soffre, accetta, perdona e crede. Infatti, per i 7 anni di corrispondenza, o almeno, negli anni in cui lei continuava a sperare, Montale la tempestava di promesse, le scriveva poesie, giurava che avrebbe lasciato “l’altra”.

Nelle poesie la cantava con lo pseudonimo di Clizia, donna trasformata in girasole dal Dio Apollo, secondo la mitologia greca. La rivestiva di significati: simbolo della poesia, della cultura, donna-angelo e musa salvifica, era la sua Beatrice dagli occhi ghiaccio. Leggete, ad esempio, liriche come Ti libero la fronte dai ghiaccioli o Nuove stanze.

Ma Irma non voleva essere un’entità spirituale, non le bastava un amore platonico di belle parole al vento, voleva un amore tangibile ed esclusivo. Il suo orgoglio ferito cominciò a farsi sentire, le sue lettere di risposta si facevano sempre più sporadiche. Intanto, anche Mosca venne a sapere dell’amante, reagendo con minacce di suicidio e tentando di ostacolare la loro comunicazione. Eugenio, perciò, era sempre più insicuro e spaventato, tanto da rifiutare persino un incarico allo Smith College che avrebbe potuto avvicinare i due amanti. L’affetto, l’abitudine e la riconoscenza non gli permettevano di tagliare i ponti con la compagna “ufficiale”.

I due infelici amanti si incontrarono per l’ultima volta nel 1938 a Firenze, consapevoli che non si sarebbero mai più rivisti. La Seconda guerra mondiale era scoppiata, le leggi razziali promulgate di lì a poco e Irma, che era di origini ebraiche, dovette affrontare nuove difficoltà.

Ciononostante, il poeta non smise mai di amarla e di scriverle, pur non ricevendo alcuna risposta. Nel giugno 1981, alle soglie della morte, le inviò l’ultima lettera:

«Irma, you are still my Goddess, my divinity. I prie for you, for me. Forgive my prose. Quando, come ci rivedremo? Ti abbraccia il tuo Montale»;

Ma ormai il loro tempo era scaduto.

Questa grande storia d’amore non era stata del tutto compresa finché, qualche anno fa, nel 2006 Rosanna Bettarini e altri membri del Vieusseux hanno redatto un’edizione critica delle lettere che Irma andò a consegnare personalmente, in seguito alla morte dell’amato. È grazie a questa che è stato possibile conoscere un Montale inedito e far chiarezza sulla figura di Clizia e sulla sua importanza non solo poetica. Per chi si fosse appassionato alla vicenda, lì può trovare ulteriori informazioni!

Sembra a tutti gli effetti che per Montale, l’amore con la A maiuscola abbia avuto le fattezze del girasole Irma, più che della mosca Drusilla. Se solo lui avesse avuto quel pizzico di coraggio in più che bastava a coronare il loro sogno d’amore… chissà forse avremmo conosciuto un Montale artisticamente diverso? A volte, sono proprio i sogni irrealizzati a nutrire la poesia. QUI

 

Giusy D’Elia

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