Woodstock: 50 anni e non sentirli

Località: Bethel

Anno: 1969

Tre giorni che furono definiti “di pace e musica rock”, un concerto che fece la storia portando in auge la cultura hippy, la musica rock nel suo massimo periodo di sperimentazione ed espansione davanti un pubblico non previsto di quasi un milione di persone.

Non avete capito di cosa sto parlando? Beh, il concerto fu organizzato a Bethel ma fu chiamato “Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock”.

Michael Lang e John P. Roberts dissero di disporre di un capitale illimitato per affari di ogni tipo. Joel Rosenman e Artie Kornfeld, venuti a conoscenza di questa grande opportunità, decisero di contattare i due promotori per finanziare la costruzione di uno studio di registrazioni poi tramutatosi subito in un festival del rock.

Grande festival, grande spazio, ovviamente, ed il quartetto di soci decise di fittare dapprima il Mills Industrial Park assicurando alle autorità la presenza di massimo 50.000 persone, per poi cambiare location quando si accorsero di aver staccato 186.000 biglietti solo di prevendita.

Lo spazio cominciò ad essere stretto, quindi si optò di spostare il luogo del raduno fuori New York, nella località di Bethel.

Al quartetto di promotori si aggiunse anche Elliot Tiber, il proprietario di un motel vicino il White Lake; quest’ultimo cedette un pass pagato 8 dollari per organizzare eventi artistici di ogni genere e convinse Max Yasgur ad affittare il suo terreno di 2km quadrati per 75.000$.

Il più grande festival del rock poteva cominciare.

Oltre ad essere un festival rock, fu il massimo raduno della nuova generazione americana.

In tre giorni di musica salirono sul palco i più famosi artisti del momento come Jimi Hendrix, The Who, Tim Hardin e Carlos Santana. Le loro esibizioni sono condite da aneddoti comici, ma anche spiacevoli.

Il primo riguarda i The Who.

La loro esibizione, cominciata con ore di ritardo, fu interrotta da Abbie Hoffmann e Pete Townshend, chitarrista della band, cominciò a percuoterlo senza pietà con la propria chitarra fino a farlo cadere dal palco; ovviamente non mancò la distruzione degli strumenti a fine concerto, loro marchio di fabbrica.

Joe Cocker fu abbastanza fortunato dato che, finita la sua esibizione, il concerto si dovette fermare per un diluvio; purtroppo, non è andata meglio ai My Chemical Romance ed ai Green Day durante l’Heinekein Jammin Festival nel 2007 e nel 2010.

Jimi Hendrix tenne un live di due ore con pubblico dimezzato, dato che molti, stremati dal concerto, partirono. Alla fine intonò l’inno americano per protesta verso la guerra del Vietnam che, dal 1955, straziava il sud-est asiatico.

Oltre questi nomi famosi, altri che non ci saremmo mai aspettati sarebbero stati invitati a partecipare, rifiutando: i Rolling Stones declinarono l’invito dato che Mick Jagger preferì concentrarsi sul ruolo di protagonista di un film che gli era stato offerto, John Lennon infantilmente non accettò perché la band della moglie, la Plastic Ono Band, non fu messa in scaletta; i Led Zeppelin si sarebbero dovuti esibire, ma preferirono concentrarsi sul tour mondiale che stavano organizzando; Ian Anderson rifiutò per una questione morale, pare che non tenesse a cuore la cultura hippy con il giro di droghe al suo interno ed altri infiniti aneddoti e leggende metropolitane che vivranno nell’immaginario di chi quel giorno c’era.

Questa era Woodstock: staccarsi dalla realtà patriarcale che i ragazzi americani dovevano fronteggiare ogni giorno, il combattere contro un sistema troppo standardizzato ed il non obbedire a certe regole che si dovevano rispettare perché “sì”.

Un milione di ragazzi hippy si rinfrescavano nudi nel laghetto dietro il palco, la pratica dell’amore libero senza tener conto di pudore o vergogna, nessuna distinzione di “razze” e/o colore di pelle distruggendo le solite regole monotone di vita quotidiana che affliggevano il bravo americano, dedito al lavoro ed alla famiglia.

Tutto ciò abbellito dal consumo di LSD, cannabis e dell’ALD-52 che rendeva il tutto meno pesante. Gli spettatori erano non solo strafatti, ma anche fonici e tecnici.

Un simpatico aneddoto racconta che dei responsabili della sicurezza, dopo aver fatto uso di LSD, si misero a ballare attorno ad un mixer che prese fuoco senza preoccuparsi di spegnerlo dato che avrebbero interrotto “il lavoro delle nuvole”.

Woodstock è questo: pace e guerra assieme, un’antitesi perfetta che solo così può funzionare.

Ovviamente, ci furono anche disagi, strade bloccate, due cause di decesso, volontari che si offrivano di dar cibo e coperte ai partecipanti, trecentomila persone che sfondarono le barriere per entrare in quel temporaneo mondo libero senza nessun pensiero; 2,4km quadrati di terreno divennero un’exclave dove tutti ballavano senza regole e senza qualcuno che li comandasse.

Una maratona rock no-stop di tre giorni conclusasi con la ciliegina sulla torta di nome Hendrix.

Poco dopo la fine, il raduno di Bethel era giù sulle labbra di tutto il mondo.

Possiamo prendere Woodstock come riflessione sull’amore: in tre giorni, quasi un milione di ragazzi vissero senza violenza, senza risse, senza furti e niente di simile che avrebbe potuto ledere l’altro; avrebbero potuto disseminare il panico e distruggere ogni cosa, ma ebbero il rispetto, in primis, verso il territorio di Max Yangsur e poi verso la regola più importante della mentalità hippy: pace e amore.

Negli anni successivi, furono riorganizzati altri concerti in memoria di Woodstock con artisti giovani accompagnati dalle vecchie guardie che si esibirono nei festival addietro, come se fosse un cambio generazionale e sociale, ma non mancarono episodi di violenza e l’elevata commercializzazione dell’evento: ormai si era perso lo spirito originale dell’evento.

Woodstock è una sola, Woodstock è 1969.

 

Antonio Vollono

 

 

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