La gravità è un problema che non ti riguarda

1989, Batman, regia di Tim Burton. 2014, Birdman, Alejandro Gonzalez Inarritu. 2017, Spider-Man Homecoming, regia di Jon Watts.

Una sola cosa in comune.
Un paio di ali che si lanciano nel vuoto della grande città.

Motivi diversi, stessa persona a possederle: Michael Keaton che riesce a compiere tre metamorfosi volatili, senza che abbiano un legame effettivo. Proviamo a ricamarci intorno qualcosa di più grande. Saltiamo nel vuoto con lui, attraverso un viaggio di significati meta-cinematografici che troveremo per gioco.

“La gente non ti conosce. La gente conosce l’uomo nel costume da uccello.”

In Finlandia si crede che di notte l’anima del dormiente lasci il corpo sotto forma di pipistrello per poi ritornarci al mattino seguente.
Gotham City è al corrente dell’insonnia del suo giustiziere notturno. Batman non dorme, diventa pipistrello e al mattino torna nel suo corpo, quello di Bruce Wayne.

Nel 1989, Micheal Keaton prende entrambe le identità per sé e se le cuce addosso, insieme alle ali di pipistrello. Le prime indossate dall’attore affiorano tra gli spazi bui della città sotto forma di mantello, come protezione e adempimento del giustiziere della notte.

Ecco la prima trasformazione. Da uomo a chirottero, da comune mortale a eroe. Per quanto oscuro e nascosto tra i mostri di cemento a sorvegliare le luci opache di Gotham, tra i dilemmi della giustizia e i cattivi che ne mettono in discussione la morale, si tratta di un eroe conosciuto e acclamato, uno dei capisaldi della DC, divenuto poi sul grande schermo un’icona, una star, insieme al suo portatore sano.
Allora diciamo che il geist dell’attore comincia così a confrontarsi con la realtà dei miti hollywoodiani, soprattutto eroici, vivi di effetti speciali, di azione e finzione.
Ora osserviamo lo spirito passare direttamente ad un altro carattere che prende vita nel corpo di Keaton lungo un piano sequenza unico. Dalla finzione super-eroica passiamo ad una verosimiglianza teatrale, attraverso un velo che separa realtà e illusione, Hollywood e Broadway. Paradossalmente, in termini di marketing, il cinema è reale e spietato, sa cosa vuole il pubblico e senza troppe pretese glielo serve fresco di intrattenimento. Il teatro al contrario è il luogo dell’aspettativa, della meditazione e della speranza che qualcuno possa davvero capire. Dove molti fingono di aver ottenuto l’illuminazione del significato. Dove alcuni fingono di non vedere.

Riggan Thomson e  Michael Keaton si sovrappongono, in Birdman, il primo finisce per essere un continuo what if dell’altro. Si trova al centro della carriera, tra quello che è stato e ciò che sarà, con il passato che sotto forma di Birdman, un uccello con velleità eroiche, continua a sussurrargli all’orecchio ciò che dovrebbe fare: lasciar perdere il pretenzioso teatro e buttarsi di nuovo, letteralmente, tra le braccia della gloriosa fama.
L’epilogo in un certo senso lo conferma. L’attore/uccello, che col naso tumefatto somiglia ancora di più al suo alter ego volatile, decide di spiccare il volo. In un finale aperto e surreale in cui ci si aspetterebbe la sua carcassa riversa sul cemento battuto dal sole, inaspettatamente lo sguardo di sua figlia si posa felice verso il cielo, verso l’alto di un destino più grande, via dall’inferno dell’insofferenza e dell’anonimato terrestre. Ha scelto da che parte stare: Hollywood è così dannatamente vicina, brillante, l’ha raggiunta in volo, con le ali di Birdman/Batman ha imboccato il suo passato e ne ha fatto vivido futuro. Ancora una volta è caduto nel dolce tranello della fama, ripetendo se stesso, riformando la sua figura sui calchi di quella passata.
Ed è per questo che lo rivediamo con bel paio di ali nuove. Un eterno ritorno di fruscii nel vento.

Rullo di tamburi, il sipario di fumo si apre: ha preso le sembianze di un uccello rapace che con le unghie e la volontà si è aggrappato di nuovo ai drappeggi dorati di Los Angeles.

Questa volta ha le ali di Avvoltoio.

“Ecco di che cosa sto parlando, mascelle che scricchiolano, maestoso, rumoroso, veloce! Guarda queste persone, guarda i loro occhi, scintillano di piacere, amano questa merda, amano il sangue, amano l’azione! Non quelle stronzate deprimenti, filosofiche e pallose.” 

 

Maria Cristiana Grimaldi

 

 

 

 

 

 

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