Nelle puntate precedenti: Black Summer

Cosa farebbero i miei amici se arrivassero gli zombie (che poi zombie non sono)?

In principio fu The Walking Dead. La prima stagione, di una mezza dozzina di puntate, fu uno spettacolo: dall’uscita dall’ospedale – che faceva un po’ 28 giorni dopo, film capolavoro – di Rick Grimes, vice-sceriffo un po’ pistolero solitario che ha come unico scopo quello di ritrovare sua moglie (che proprio solitaria non riesce a stare…), fino all’arrivo al Centro di Controllo Malattie dove si dà addirittura una pseudo-spiegazione fisiologica di come funziona il cervello degli zombie. Passando per i difficili rapporti tra consanguinei (Glenn e Merle: mi ricordo ancora la scena della mano tagliata…) e coniugi (Carol ed Ed e le mazzate di giustizia/sfogo che prende quest’ultimo) e lo scopo unico e comune a tutti di arrivare nel posto designato come la biblica Terra Promessa: in questo caso, Atlanta, in Georgia. E poi, per dire: la quinta puntata di tale stagione Stephen King l’ha inserita nella sua personale Top Ten delle migliori puntate di quell’anno, il 2010. Poi non so cosa sia successo (lo so, ma non ne voglio parlare, amore, sono stanco), ma TWD è cambiato ed è diventato troppo introspettivo in alcuni versi, un po’ prolisso quando non doveva, arronzato quando c’era da picchiare duro. Così, nel 2014, passai a Z-Nation. Sciolto e disinvolto, Z-N ci ha fatto vedere cosa sarebbero gli esseri umani durante un attacco zombie: gentaglia drogata che ha come scopo nella vita fare la gentaglia drogata. E tante, tante, ma tante mazzate di morte. Pure qui, però, dopo un po’ tutta questa esagerazione (lo Zunami, ovvero lo Tsunami di zombie, è stato il tocco di classe) me lo ha reso stucchevole. Chissà se Diecimila, uno dei personaggi – chiamato così perché prima di morire vuole arrivare a schiattare diecimila infetti –, è riuscito nel suo intento. A chi spoilera, gli do un morso. E non è bello essere me, ve lo assicuro.

Avrei preferito uno show in cui avrei avuto risposta alla domanda: “cosa farebbero i miei amici se arrivassero gli zombie?”. Questa risposta è arrivata in primavera. 2019. Black Summer.

Rose, marito e figlia piccola stanno per essere portati in salvo dopo una non ben identificata epidemia. Esercito, zona franca, il solito. La figlia la mettono sul camion militare, il marito non passa ai controlli perché si scopre avere una ferita da morso umano – Ma dai? Dal tuo sudare copioso e la faccia da malato terminale non si sarebbe mai detto e ti avremmo portato nell’unico scampolo di umanità sana! – e Rose rimane indietro e non c’è tempo, ma lì c’è mia figlia, signora stia indietro, ma ridatemi mia figlia, signora stia tranquilla che la portiamo al sicuro, sì mo sto proprio tranquilla che la lascio in mano a voi che stavate facendo salire pure a mio marito che avrebbe spazzato via quello scampolo di umanità dall’unico avamposto rimasto ancora integro, vabbè signora noi andiamo allo stadio, a fare che?, signora lo stadio è la zona franca, okay dai ci vediamo là, arrivederci, arrivederci. Perdonatemi la stupidità, ma se proprio dobbiamo dargli un canovaccio, a ‘sta serie, la trama questa è. E certo non brilla di originalità. Ma una storia, anche se trita o banale, può essere raccontata in un milione di modi diversi ed essere interessante. Black Summer è il modo giusto per raccontare un evento sovrannaturale che squassi la quotidianità e le dovute conseguenze. E già per questo, merita la visione.
Cerco comunque di non farmi prendere dall’entusiasmo, perché su Netflix siamo ancora alla prima stagione e ho paura di essere sedotto e abbandonato, come ogni volta si parli di zombie, infetti e vaganti vari.
A proposito della tipologia di “ritornante”, non sono i classici zombie lenti che mormorano “cErvEllO…” strisciando i piedi a terra e perdendo rotule per la strada, ma più simili agli infetti di Danny Boyle, che pigliano e corrono e tanto si fermano quando ci hanno scannati per bene. Quindi, ansia a mille. E niente più. Sì, perché i dialoghi sono pochi, centellinati, vengono fuori giusto nei tempi più intimi, quando i sopravvissuti sono costretti a restarsene in disparte e pianificare: pianificare, non a ciarlare di quando era bella la vita prima che la gente impazzisse e iniziasse a prendersi a morsi. Una puntata in particolare, “solo” (la quarta di otto, tutte con titoli brevi, diretti, e pure i nomi dei “paragrafi” in ogni puntata, giusto per dare ordine e null’altro) vede Lance vagare senza dire una singola, ma che dico, mezza parola. Ed è, a mio avviso, la puntata più bella, soprattutto sul finire. Come si comporterebbe il mio amico più introverso e pacioccone se arrivassero gli zombie? Probabilmente così. Purtroppo.

Lance è uno dei tanti personaggi che si ritrovano ad affrontare questa piega brutta della storia dell’Uomo. E molto spesso una stessa scena di questa storia è vista da più angolazioni, attraverso gli occhi dei vari personaggi che si incontrano, come più telecamere puntate sullo stesso piazzale, utili a raccogliere più dettagli possibile. A tal riguardo, le telecamere: UNA telecamera, a mano, lineare, per dare quel senso di esserci anche noi, in mezzo a quel casino. E i dettagli: cosa sta succedendo all’umanità lo si carpisce da dettagli sparsi qua e là. E non sono dettagli da spiegone, perché lasciano la mente farsi i suoi personalissimi conti. Per dire, c’è una scena nella prima puntata in cui Kyungson e Ryan, altri due personaggi, aprono la porta di un’abitazione, trovano un tizio che tiene sotto tiro un uomo, una donna e una ragazza, imbavagliati. C’è qualcosa che non va, questo è sicuro, ma non si sa cosa. E non abbiamo il tempo di saperlo, dobbiamo fuggire, raggiungere lo stadio.Viaggio senza sosta durante il quale le vite dei personaggi si incontrano, si allontanano, si ritrovano.

Singolare è la durata delle puntate: alcune durano i tre quarti d’ora oramai d’ordinanza, ma altre arrivano a malapena a 20-25 minuti. E credo sia un punto di forza, perché è inutile allungare il brodo quando non c’è null’altro da aggiungere – la qual cosa mi ha fatto odiare TWD. E parlando di similitudini: c’è da specificare che la produzione è della Asylum, la stessa di Z-Nation, e spesso si parla di Black Summer come spin-off o addirittura di prequel. Non saprei, visto che gli zombie di Z-Nation sono quelli classici, lenti e goffi, mentre in Black Summer sono un bel po’ estroversi. Ma tutto può essere.

Tutto, ma non che la seconda stagione di Black Summer sia una schifezza. Quello non lo voglio immaginare. Meglio un’apocalisse zombie, a questo punto.

 

Antonio Liccardo

Disegno di Alberto De Vito Piscicelli

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