Un “candelaio” per far luce sul presente

Tutti conoscono Giordano Bruno come un grande filosofo, ma in pochi sanno delle sue doti letterarie. Ed è per rendergli giustizia che voglio presentarvi una sua opera, inizialmente letta per dovere, poi trasformatasi in una piacevole scoperta: il Candelaio.

Si tratta di una commedia composta a Parigi nel 1582, iconoclasta e sovversiva rispetto alla tradizione teatrale, contro la quale l’autore combatte una “guerra” volta all’abbandono dei passatismi.

Al di là dell’epoca in cui è stata scritta, ci sono molti elementi sorprendentemente contemporanei che fanno dimenticare lo scarto temporale.

Innanzitutto i personaggi così bizzarri e grotteschi da potersi considerare nell’accezione gergale dispregiativa che il termine ha nel napoletano“si ‘nu personaggio”; rappresentano emblemi universali di vizi umani. I protagonisti sono tre, le cui storie si intersecano tra di loro.

C’è Bonifacio, sessualmente incerto, che pur essendo sposato, intrattiene una love story con un servitore e una a senso unico con una cortigiana che cerca di conquistare scopiazzando il repertorio lirico petrarchesco.

Sembra quasi una telenovela spagnola con tradimenti e triangoli, ma analizzando l’intreccio più seriamente, si pone l’attenzione sul delicato tema dell’omosessualità e su come venisse al tempo percepito, a volte senza riscontrare migliorie nel presente. Il bigottismo e la repressione controriformistica si fanno sentire anche in un filosofo all’avanguardia come Bruno (che era pur sempre un religioso), per quanto egli non condanni l’omosessualità per ragioni morali o di costume, ma perché non capisce come sia possibile resistere alla bellezza femminile.

Anche il petrarchismo di Bonifacio si può rileggere in chiave moderna: si pensi al fenomeno dell’omologazione e dell’acritica imitazione dei modelli a danno della propria individualità.

Poi c’è Bartolomeo l’alchimista, che vorrebbe arricchirsi trasformando i metalli in oro, però cade vittima di un inganno a causa della sua cieca ossessione. Non è certo né il primo né l’ultimo uomo a perdere la razionalità per l’eccessivo attaccamento al denaro.

Il terzo protagonista è Manfurio il pedante. Il pedante è uno pseudo intellettuale “tutto fumo e niente arrosto”, capace solo di un eruditismo eccessivo e stucchevole, ma privo di contenuti. Mi fa pensare a quegli esseri fastidiosi che potremmo chiamare “maestrini”, sì proprio quelli che fanno alzare gli occhi al cielo dalla noia.

La location dell’opera è Napoli, città cara e significativa per Bruno, che vi trascorse gli anni della formazione ecclesiastica.L’autore sa ricreare abilmente non solo l’atmosfera della città, ma anche la “napoletanità” dei cittadini, entrambi aspetti che, pur a distanza di secoli, non sembrano affatto cambiati.

Bruno racconta una Napoli decaduta con la fine della dinastia aragonese, un mondo rovesciato in cui dominano caos, inganno e meschinità. Un teatro carnevalesco di maschere e travestimenti, tanto che a reggere le fila della trama è un gruppo di furfanti travestiti da sbirri.

In più, Bruno da cosmopolita qual era, trasforma Napoli in città-mondo, simbolo della “notte” dell’intera umanità dilaniata tra l’essere e l’apparire, regredita alla bestialità e all’immoralità. Viene quindi spontaneo riscontrare paragoni con il presente e cogliere i problemi costanti che avvolgono nell’oscurità le tante luci di cui brilla Napoli.

Le novità sono talmente numerose da investire l’intera struttura testuale, anche gli aspetti più tecnici. Basta dare un’occhiata all’incipit dove si percepisce immediatamente l’ironia dissacrante di Bruno verso se stesso, verso gli altri poeti e verso tutto ciò che sappia di arcaico. Mette in pratica una serie di stravolgimenti degli elementi cardini della commedia tradizionale cinquecentesca, disorientando e stupendo il lettore abituato a determinate convenzioni. Pensate che addirittura spoilera tutta la trama, compreso il finale!

Originale è il linguaggio osceno, a tratti sboccato, impensabile in un secolo oscurantista come il 1500. Ci sono parole riferite al basso corporeo e al sesso come menchia, bagassa (bagascia), coglioneo espressioni animalesche come eteroclito babbuino, asino anagogico, termini dialettali combinati a latinismi, tutti escamotage atti a creare il doppio effetto di comicità e di deformazione della lingua letteraria.

Ma ciò che fa innamorare dell’opera è soprattutto il messaggio finale. Apparentemente c’è una conclusione negativa, il sipario cala come cala la notte più buia su Napoli e sul mondo; in realtà è implicito un universale messaggio positivo di speranza: come dopo la notte viene il giorno e non ci può essere buio più profondo (come cantano i Florence + The Machine), così l’umanità in qualunque momento storico, dopo essere precipitata nell’oscurità non può che dirigersi verso le luci dell’alba.

C’è una massima scritta nel frontespizio della commedia che mi ha molto colpita meritando un posto tra i miei mood of life: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis» («nella tristezza gioioso, nella felicità triste»). Il dolore e la gioia nascono l’uno dall’altra, sono volti di una stessa medaglia, inestricabilmente connessi. La nostra vita non è che una tragicommedia, come in fin dei conti è il ritratto che l’intellettuale ha voluto farle nel Candelaio.

Se già prima apprezzavo la grandezza umana e intellettuale di Giordano Bruno, con la lettura di questa commedia l’ho riscoperto, ne ho compreso a pieno la contemporaneità, l’importanza come modello di libero pensatore, come uomo moderno ante litteram.

È un libro che va letto almeno una volta nella vita!

Giusy D’Elia

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