Dieta planetaria: la Terra va protetta a piccoli morsi

Se fino a qualche anno fa ancora poteva definirsi “lecito” tacciare di catastrofismo i titoli sensazionalistici sul cambiamento climatico, parlando di terrorismo ambientale e disinformazione dalle sfumature apocalittiche, il 2019 ha dato prova di quanto la scienza ci abbia visto lungo. La stessa scienza che ora parla di cibo salva-pianeta.

Alaska, Amazzonia, Africa Subsahariana: le immagini satellitari degli incendi che devastano il pianeta da settimane – divenute virali in poche ore –  hanno mobilitato organizzazioni internazionali e pilastri dello Star System già attivi per la causa ambientalista  (il caro Leo Di Caprio in primis), avviando imponenti operazioni di sensibilizzazione e fundraising che hanno scosso le coscienze anche dei più stoici ottimisti – e pressapochisti aggiungerei. Donazioni ad Amazon Watch, petizioni lanciate da Greenpeace e change.org e boom di download per Ecosia – motore di ricerca che ha piantato più di 6 milioni di alberi grazie al picco di utenti – hanno reso il climate change molto più di un trending topic a cui dedicare hashtag sui social, piuttosto una priorità istituzionale da discutere ai tavoli dei vertici politici mondiali.

Così, oltre alle to-do list – che vediamo circolare sui profili eco-friendly – che spiegano come ognuno possa contribuire concretamente e nel quotidiano alla guarigione del pianeta, le menti più eccelse del panorama scientifico internazionale hanno messo a punto una dieta ad hoc per salvaguardare il benessere della Terra, dimostrando quanto i disastri naturali siano strettamente connessi con il sistema produttivo e – di riflesso – con quello che finisce nei nostri piatti. Sulla scia di Greta Thunberg e della generazione dei “Fridays for Future”, sono nati i “Planetarians”, un movimento raccolto intorno ad un’alimentazione sostenibile e ultra salutare creata in collaborazione con Harvard, FAO e OMS, il cui obiettivo prescinde da qualsiasi velleità estetica. Non si tratta né di una dieta vegana o vegetariana, né di un severo regime alimentare per vincere l’eterna lotta con la bilancia, ma di un’alimentazione pensata per un fine ben più nobile: preservare la vita di milioni di persone e del pianeta entro il 2050, anno in cui la Terra sfiorerà i 10 milioni di abitanti.

La planetary health diet è frutto di un progetto di 3 anni della Comissione internazionale Eat-Lancet che ha unito 37 esperti di salute, alimentazione e sostenibilità ambientale, provenienti da 16 paesi diversi. Prevede l’acquisizione di circa 2500 calorie al giorno ed è simile alla vera dieta mediterranea, quella delle origini: ogni giorno metà di quello che mangiamo deve provenire da frutta e verdura (500g), il 30% da cereali integrali (a ogni pasto), il restante 20% suddiviso tra olio extra vergine di oliva, semi e noci (ci difendono da infiammazioni e tumori), yogurt e latticini (fino a 250g al giorno), legumi (75g al giorno) e poche proteine animali (100 g di carne rossa, 200 g di pollame e 200 g di pesce alla settimana). In media questa dieta vuole dimezzare il consumo di carne – che è risaputamente collegato a patologie come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di neoplasie – e raddoppiare quello di frutta e verdura, alimenti salutari e non lavorati che hanno una grande efficienza energetica, poiché consumano poche risorse terrestri per il tipo di apporto calorico che forniscono. Al contrario, dal punto di vista ambientale, gli allevamenti intensivi sono i principali responsabili di deforestazione e riscaldamento globale, visto che le emissioni di metano ed altri gas serra da parte di miliardi di bovini superano per importanza persino quelle del sistema mondiale di trasporti.

Per le ragioni sopracitate il cibo rappresenta, ad oggi, il fattore più incisivo per una svolta su scala globale che possa giovare tanto all’uomo quanto alla Terra, per cui, cambiare in modo significativo la nostra dieta, non rappresenta più un orientamento arbitrario verso uno stile di vita sano, ma costituisce un’esigenza imprescindibile. Senza azione, infatti, la resilienza degli ecosistemi sarà irreversibilmente compromessa e il mondo rischia di non riuscire a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi.

Il report della rivista scientifica Lancet, che per prima ha divulgato la dieta dei “Planetarians”, ci fa riflettere dunque su come la qualità del futuro che lasciamo in eredità ai nostri figli dipenda da piccole rivoluzioni quotidiane, come la scelta di un prodotto sostenibile selezionato tra gli scaffali del supermercato.

 

Francesca Eboli

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