CLUB 27 – Quando la musica diventa leggenda

Il mondo della musica è popolato da varie band, associazioni e club di ogni tipo.

A proposito di club, ce n’è uno molto particolare, la cui origine risale al 1994, che ha bisogno di due requisiti fondamentali per farne parte: essere un musicista e morire all’età di 27 anni.

Di certo non è l’ambizione degli artisti farne parte ma esserne un membro significa aver lasciato un ricordo indelebile nel mondo delle sette note.

Questo famigerato club nacque dopo la morte di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, ma gli appassionati vollero dargli una valenza retroattiva: il nome del simbolo grunge degli anni ’90 venne affiancato ai grandi del passato come Janis Joplin, Robert Johnson, Brian Jones e Jimi Hendrix.

Accomunati non solo dal contributo imprescindibile dato al mondo della musica, la maggior parte dei membri di questo singolare club ha un piccolo dettaglio in comune: o nel nome o nel cognome è presente la lettera “J” (Cobain a parte, ovviamente)! Artisti maledetti, consumati da una vita basata su sregolatezza, droghe, notti in bianco in luoghi lugubri. Vedremo la storia di alcuni di loro, anime dannate che rivoluzionarono il mondo della musica nonostante il poco tempo a disposizione.

Robert Johnson

Una chitarra suonata da dita agili con la stessa consistenza di un piumino, capaci di virtuosismi così complessi che a volte sembrava che dietro l’artista si celassero due persone.

Robert Johnson è il padre ispiratori dei migliori bluesman al mondo: da Eric Clapton a Keith Richards, ma la sua figura rimane un mistero, essendo poche le notizie certe sulla sua vita.

Secondo alcune testimonianze, il bluesman era molto impacciato nel suonare la chitarra ma, dopo la morte della moglie, scomparve per poi tornare sorprendentemente più bravo di prima, sfoderando una nuova tecnica: il fingerpicking, considerata ancora oggi una delle migliori inerenti al genere blues.

Fu autore di testi profani e sinistri aventi come protagonista principale il demonio (Me and the devil blues, Crossroad blues) ma anche con allusioni sessuali come Come on in the kitchen.

L’oscurità sembrava seguire il misterioso chitarrista: in seguito al lutto divenne un accanito bevitore e, trovandosi sotto l’ala blues di Ike Zimmerman, si ritrovò, su indicazione del maestro, a suonare nei cimiteri, proprio di fronte alle tombe. In breve nacque la voce popolare che Johnson vendette la sua anima al diavolo per essere il migliore.

Dopo aver registrato 50 canzoni, spirò il 16 agosto nel 1938, pare dopo un’intossicazione da alcol anche se le vere cause del decesso non furono mai accertate.

Gettato il seme del rock, il giovane artista si spense, forse diventando proprietà del demonio che tanto in vita aveva celebrato.

Jimi Hendrix

Considerato il miglior chitarrista elettrico della storia, ispiratore di un indefinibile numero di successori appartenenti a tutti i generi, Jimi Hendrix cambiò non solo il modo di suonare, ma anche le sonorità.

Basti pensare che fu il primo a dar una “voce diversa” al suo strumento che, per la maggior parte del tempo, si alternava al suo cantato unendo blues afroamericano al rock.

Tutto ciò avvenne con il più grande capolavoro che gli anni ’60 abbia conosciuto: Are You Experienced, primo album di Hendrix.

Pubblicato nel 1967, divenne il punto di partenza per molti chitarristi che per la prima volta sentivano distorti, pedaliere, effetti e feedback come padroni della scena.

Ma la vita di Hendrix finì tragicamente il 18 settembre 1970 dopo aver ingurgitato un numero indefinito di sonniferi che gli furono fatali e con lui il suo animo e la sua tecnica si trasferirono nella memoria di chi lo ammirò fino all’ultimo e cercò di seguirne le orme, senza mai riuscire ad eguagliarlo.

Janis Joplin

Si può riassumere la carriera di Joplin in una sola parola? Certo! “Soul“.

Joplin era una donna selvaggia ed anticonformista, sopratutto per il Texas degli ‘anni 50 dominato dal Ku Klux Klan e permeato d’odio verso i neri.

Per le sue idee liberali, sia da un punto di vista umano che da un punto di vista sessuale, non solo subì atti di bullismo durante il liceo ma non ebbe neppure l’appoggio dei genitori: ciò la spinse ad avvicinarsi all’alcol e all’eroina.

Se ora abbiamo parlato prevalentemente di chitarristi, adesso cerchiamo di capire chi usava al meglio lo strumento naturale per eccellenza: la voce.

Descriverla è difficile ma ci proviamo: era greve ma delicata allo stesso tempo, cantava con passione e ferocia, unendo la sua peculiare timbrica al blues.

Dopo aver seguito alla lettera il detto “Sesso, droga & rock ‘n roll“, Janis Joplin cercò di ripulirsi dall’eroina, sua dannata amica che la “sosteneva” quando i suoi fantasmi del passato le tornavano in mente, e incise “Pearl“.

Il 4 ottobre del ’70, Janis Joplin fu trovata esanime sul pavimento, deceduta il giorno prima per un’overdose da eroina lasciando incompiuta la canzone Buried Alive in the blues.

Anche se l’album è stato pubblicato postumo, si è guadagnato un posto tra i “100 migliori dischi del rock” facendo sì che la voce di Janis rimanga per il mondo del rock sempre giovane, travolgente, potente, delicata e triste: la potente arma di una donna fragile contro un mondo maligno e infido, capace di lasciarle delle cicatrici così profonde da spingerla a distruggere se stessa.

Antonio Vollono