Pomigliano Jazz: un sogno ad occhi aperti

Il Pomigliano Jazz mi ha regalato tra le esperienze più belle di questa estate e oggi provo a raccontarvela, sperando di trasmettervi almeno un po’ dell’emozione provata.

Ormai lo sapete bene, sono una studentessa-lavoratrice pendolare. Prendo la Vesuviana quasi tutti i giorni, da anni ormai. Troppi, ma veramente troppi anni.
Mi ha regalato tanti ritardi, tante coincidenze, tantissime soppressioni.
Insomma, tutte cose belle, bellissime.
Eppure oggi… una gioia!
E chi poteva mai immaginarlo che potesse regalarmene una così grande.

Mi sento come un trovatore accettato al servizio d’amore da Midons.

Voi, però, per capirla, provate ad immaginarmi.

Il caldo, la stanchezza dopo ore di lavoro, il male di vivere che sale mentre penso al prossimo esame che dovrei preparare.
Unico conforto le poche note che mi suonano nelle orecchie e mi entrano nella testa come caffeina.

Comincio ad isolarmi, abbandonare la realtà, cercare un rifugio.

 

 

 

Ad un tratto note, ancora più forti, iniziano a tirarmi indietro, mi trascinano in quella Vesuviana da cui sto cercando di scappare, mi riportano tra il binario quattro e sei.

Quasi come eterea l’immagine Marco Zurzolo e il suo melanconico sax invadono le mie pupille dilatate.

 

 

 

Decido di seguire la melodia, incantata, dagli assoli appassionati di Gabriella grossi e quelli fascinosi di Annibale Guarino.

 


Mi lascio svegliare dalle carismatiche percussioni di Vittorio Riva e dalla squillante tromba di Gianfranco Campagnoli.

Mi trascinano nel treno, che mai avrei pensato di prendere, Marco e la band MVM.

 

 

 

 

Suonano praticamente a due centimetri da me, in direzione Pomigliano, un’allegria smisurata pompa nelle arterie. Come una carezza inaspettata, la dolce voce di Massimo Cusato mi porta via.

 

 

 

 

 

Labile il confine tra l’illusione e la realtà.

I pendolari ballano, suonano, cantano e anche io lascio condurre in questo viaggio sonoro.

 

 

L’amore per la musica divampa tra i sedili, i binari, le panchine.

Nell’attesa tra una vesuviana e l’altra.

Un amore viscerale che vive, vive e si manifesta nudo, agli occhi del popolo.
Un amore conduttore e condizionabile, che ti si attacca addosso, diventa la tua nuova pelle, armatura indelebile e ti rende pronto a combattere la vita, a sconfiggere il tempo.
Eternamente, fanciulli, col cuore della musica.

 

Marco, tra un pezzo e l’altro, parla con noi, rilascia interviste, scerza, ride.
Una frase in particolare mi fa sorridere, pensando a quante volte l’ho creduto anche io.

Cammino sulla via del ritorno, guardando il blu buio della notte squarciato dalla luna luminosa e la sua fedelissima Venere brillante.

“Noi, inconsciamente, siamo più legati al Vesuvio che al nostro mare. Quando vediamo il Vesuvio ci sentiamo a casa.”

Muovo i passi lentamente con le mani in tasca, lo zainetto sulle spalle e la fascia alla Nina Simone tra i capelli.
Niente cuffie, no, questa sera no.
Le note suonano ancora nella mia testa, invasive.
Non posso proprio fare a meno di sorridere.
Troppo felice per questa giornata che la mia terra mi ha regalato.
Contenta di essere nata a Napoli, che mi dona mille di queste sfumature.
Ormai tra le quattro mura della cameretta, stanca ma con la voglia di scrivere, mi lascio cadere accanto alla pila di libri e imprimo in queste chiazze nere le emozioni che ho provato oggi.
Woody e il suo peluche attendono ai miei piedi.
Sognante, nella favolosa melodia mi lascio cullare dalle note avvolgenti.
Ancora non mi sento sicura di averlo vissuta.
Ma che fa, mi piace anche vederlo così, come uno dei tanti sogni ad occhi aperti.
Di quelli con il Vesuvio, che mi protegge, alle spalle.

 

Foto di Roberto Castiello

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