There’s no planet B: l’urgenza di ambient-arti

Alla luce dei turbolenti mesi in cui l’emergenza climatica ha monopolizzato l’informazione mondiale, rendere qualsiasi strumento in nostro possesso un detonatore della coscienza collettiva è un’ammissione individuale irrinunciabile. Ce lo ricorda anche l’arte, attraverso opere 3D, murales e installazioni ambientali di grande impatto visivo e comunicativo.

 

Il fatto che una sedicenne – a oggi la più giovane green activist della storia e neocandidata al Nobel per la pace – sia riuscita a innescare un movimento studentesco di portata planetaria, puntando i riflettori su una catastrofe vilmente taciuta, per quanto già annunciata, rivela l’importanza di investire di significati sociopolitici ogni linguaggio fruibile a un vasto pubblico. Alper Dostal, Sean Yoro (anche detto Hula) e Jason De Caires Taylor si sono fatti carico di quest’onere attraverso la loro arte sui generis – capace di unire l’estro creativo a una riflessione consapevole – riuscendo, così, a responsabilizzarne la fruizione, non più puramente estetica ma inquadrata nello scenario apocalittico del cambiamento climatico.

ALPER DOSTAL

“Le mie opere sono spesso influenzate dalla vita di ogni giorno, dal surrealismo, dal disegno industriale e dall’astrattismo. Vorrei descrivere il mio lavoro come estetico, un po’ bizzarro, umoristico e con un goccio di sarcasmo, che spesso nasconde una storia”. Così descrive le sue realizzazioni il “multi disciplinary designer” viennese Alper Dostal, artefice di Hot Art Exhibition, un’esposizione d’arte digitale che mostra i rovinosi effetti del surriscaldamento globale su capolavori di fama mondiale.

Quadri iconici, deformati dal caldo torrido e ridotti a pozze informi di colore, scivolano fuori dalle cornici e sgocciolano sui pavimenti dei musei. Così, dopo la sorpresa visiva dello spettatore nell’osservare un Van Gogh, un Picasso, un Dalí o un Mondrian in piena fase di liquefazione, quello che l’artista vuole suscitare è un’inquietante presa di coscienza di una realtà non più così lontana, ma sentita come impellente nel toccare con mano il suo potere trasfigurante.

Dietro la leggerezza di un approccio a prima vista ironico, si nasconde un’amara denuncia all’impassibilità generale nell’assistere alla disintegrazione graduale del nostro ecosistema. Ognuna di quelle gocce dense di colore, nella sua lenta caduta verso il basso, è un campanello d’allarme che grida alla difesa del nostro patrimonio culturale, e, di conseguenza, di tutto il creato.

SEAN YORO (HULA)

È lo street artist nativo delle Hawaii e trapiantato a Brooklyn che ha dato un volto umano alla questione ambientale: dipinge negli scenari più decadenti e solitari graziose donne che sembrano riemergere dall’acqua dopo una lunghissima apnea. In bilico tra mare e mura scrostate, sulle lamiere di navi naufragate o come intrappolate tra i margini stretti di edifici abbandonati, questi flessuosi corpi femminili si rivelano nella loro precaria fierezza scivolando sul filo della superficie liquida, in luoghi insoliti scovati dall’artista con la sua inseparabile tavola da surf.

Il NRDC (Consiglio per la difesa delle risorse naturali) ha definito i suoi interventi di land art uno straordinario metodo per far comprendere quanto la vita umana sia fragile in questo momento storico, poiché direttamente colpita dalle conseguenze dei disastri ambientali, come l’innalzamento del livello dei mari. La vocazione interventista di Hula è indubbiamente legata anche alle sue origini, essendo le isole del Pacifico nel mirino di politiche ecologiste, poiché destinate a subire per prime gli inesorabili effetti dello scioglimento dei ghiacciai. Le sue creazioni sono condannate a sparire, rose dall’aria e dall’acqua, ed è proprio la loro natura effimera ad accentuarne l’urgenza comunicativa, come nel caso di A’o ‘Ana – che in hawaiano significa “l’avvertimento” – un profilo di donna dipinto su un iceberg in Nord America. Il volto immerso nel mare gelido vuole ricordare che già intere popolazioni sono affette dal surriscaldamento globale e che il tasso di fusione dei ghiacciai sta schizzando a velocità vertiginose, come testimoniato dalle crepe nei blocchi verniciati dall’artista, un rumore sinistro che lo ha accompagnato durante tutte le ore di lavorazione.

JASON DECAIRES TAYLOR

Crea installazioni scultoree e in continua evoluzione sul fondo dell’oceano, per promuovere la conservazione della biodiversità marina e scongiurare l’irreversibilità dell’inquinamento oceanico.

Vicissitudes è un’opera circolare fatta di blocchi marmorei piantati sott’acqua. Rappresenta dei bambini in cerchio, come a voler trasmettere l’importanza di coltivare uno spazio sostenibile in cui crescere e abbracciare la responsabilità nei confronti delle generazioni future

 

 

The Coralarium è invece una struttura cubica in acciaio inossidabile situata nelle acque delle Maldive, presagio dello stato ambientale precario della nazione insulare. L’opera vuole raccontare la minaccia dell’innalzamento del livello acquatico operando su diversi livelli – quello aereo, quello terrestre e quello subacqueo – evidenziando l’interdipendenza tra questi tre mondi. Le correnti oceaniche, così come i microrganismi che abitano i fondali marini, fluiscono e contaminano anche l’interno dell’installazione, trasformandola di fatto in un regno sottomarino tutto da esplorare e preservare. L’obiettivo è sensibilizzare – soprattutto la spietata macchina del turismo massivo, che concepisce questi luoghi solo in una prospettiva utilitaristica – sulla necessità di difendere la straordinaria ricchezza naturale di questi paradisi terrestri e di tenere a mente l’impatto spesso distruttivo dell’attività umana sull’ambiente.

 

Queste eco-creazioni disseminate in scenari selvaggi e inusuali danno prova dell’efficacia dell’arte nel ricordare, a noi destinatari, che la cura per il pianeta che ci ha offerto la vita è un dovere morale ineludibile e che attendere inermi gli effetti dell’emergenza ambientale è un’offesa alla bellezza che ancora ci circonda.

 

Francesca Eboli

 

 

 

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