Domani nella battaglia pensa a me: nella scrittura di Javier Marìas

Gli aspiranti scrittori si paragonano in continuazione. A loro stessi, ad altri scrittori, persino a coloro che della scrittura non fanno gran uso, ma sembrano padroneggiarla. Il senso di inferiorità può risultare schiacciante per alcuni; per altri, esso è un pungolo, un ago d’ambizione appuntato alla schiena. Javier Marìas è stato il mio.

Domani nella battaglia pensa a me fu un libro che comprai svariati anni fa, da molto piccola. Lo comprai alla Fnac di Napoli, quando ancora esisteva. Non conoscevo il nome dell’autore, né capii il motivo che mi portò a sceglierlo. Ho la netta, vivida sensazione che fu il titolo. Mi capitava spesso di scegliere libri dai titoli lunghi, altisonanti – almeno alle mie orecchie – perché i grandi classici li avevo comprati già tutti, come dimostravano le mensole debordanti della mia cameretta. Quei titoli bizzarri mi facevano sentire una lettrice ricercata, raffinata, incuriosita dall’insolito e dall’introvabile. Avevo diciassette anni e avevo letto Bel Ami di Guy de Maupassant, capendolo: mi sentivo un’intellettuale di altissima levatura.

Ma il titolo di questo libro era diverso, non toccava il mio narcisistico bisogno di elevarmi, di riempire l’ego. Era qualcos’altro, più profondo. Mi emozionava. Perché mi emozionava?

L’ho capito dopo, leggendone la sinossi. La frase del titolo era tratta da un verso del Riccardo III di William Shakespeare: nessuno sfugge al Bardo. Il Bardo incanta, è un Pifferaio indomito, incoercibile. Quel “Domani, nella battaglia, pensa a me” era un efferato attacco al mio cuore, ai miei intestini, sentivo le carni contorcersi dal sentimento.

Dopo aver comprato il libro, dodici anni fa, lo lasciai ad impolverarsi sulle mensole affollate, assieme a William Gibson, Victor Hugo, Manuel Puig, David Foster Wallace e tanti altri “pugni nello stomaco”, colpi di fulmine che non avevo mai trovato il coraggio di aprire. Qualche giorno fa, ripulendo scrivanie e cassetti, ho ritrovato questo Javier Marìas, la sua copertina (un dettaglio della tela di Grunewald Mattias, Altare di Isenheim: Resurrezione) enigmatica, meravigliosa. Il titolo è sempre un colpo, un fendente improvviso. Ho iniziato a leggerlo, perché il momento era giusto, propizio.

So, dopo questa lettura, che non scriverò mai come Javier Marìas, che con un talento del genere ci si nasce ed io sono brava nella sintesi, nella semplice scorrevolezza di un racconto lineare. Eppure non odio quest’uomo, lo venero, lo ammiro. È tutto ciò che vorrei essere, scrive come e ciò che vorrei scrivere. In quello che manca agli scrittori, egli eccelle.

Molti giornalisti lo hanno definito “Re della disgressione” ed hanno, una tantum, centrato perfettamente il punto. È impossibile definire o incasellare lo stile di Marìas, anche se viene in mente una facile associazione con il flusso di coscienza intriso di realismo magico, un po’ Joyce e un po’ Marquez.

È altamente probabile che li abbia letti – anzi, li ha letti sicuramente – ma la sua commistione è differente, più complessa, pregna. Non vi è pretesa di realismo, siamo spettatori accidentali di una perenne elucubrazione mentale senza meta, una montagna russa di pensieri e circuiti che si intersecano e genuflettono solo per ripiegarsi su se stessi.

L’abilità di Marias è di indagare una mente, una interiorità, senza cadere mai nella autoreferenzialità ossessiva, nel panegirico della propria maestria. Niente di ciò che leggiamo accade o scandisce la fabula, ma accade nella mente dello scrittore e del personaggio e anche nella nostra. La fusione tra pensiero scritto e lettore crea una sorta di incantesimo inspiegabile, in cui l’attesa dell’azione funge da suspence, le parole e la sintassi un treno in corsa libera verso l’ignoto.

Non sappiamo mai dove vuole arrivare, Marìas, se vuole portarci da qualche parte o solo farci sentire quanto soffre, quanto riflette. È oltremodo spaventoso cadere negli abissi di questa lettura, gettarsi nel buio pesto di ossessioni, mostri, fantasmi. Lo scrittore è bravo a disseminare le vicende di indizi e dettagli, come fosse un giallo, ma il suo obiettivo è mostrarci l’altra metà della vita, quella maledetta, nascosta, dissimulata. Ci proietta nell’ abiettezza più lurida senza giudicarla, le emozioni e i sentimenti sono quelli che sono, umani, insindacabili. Questa astensione ci permette l’unione, l’immediatezza associativa con mondi indefinibili della nostra anima. “Ciò che commuove di più, in un romanzo, è riconoscere situazioni ed emozioni vere che sapevi ma non sapevi di sapere”, afferma l’autore. Ed è quello che ci dona, la chiave al nostro essere che ci mancava. Un essere né bello, né brutto, né buio, né luce. Siamo ciò che siamo, universi intangibili di tumulti interiori, accozzaglie di sinapsi ramificate, conteniamo tutto ma siamo niente. È la voce del nulla, quella di Marìas, ma anche della vita, delle pulsioni, degli istinti. Vita e morte si fondono e sono entrambi accettabili, trascendenti. La sfida dell’uomo è sempre stata quella di affrontare e superare la sua insensatezza, il suo essere perduto, gettato.

In pochi sono riusciti a catturare questa lotta intrinseca, endogena dell’essere umano contro la sua esistenza. O, almeno, in pochi sono riusciti a farlo con amore, lasciando al lettore la speranza, la sensazione di qualcosa. Per coloro che non hanno la smania di individuare questo qualcosa, che riescono a distanziarsi dal concreto e a lasciarsi andare, la lettura di Domani nella battaglia pensa a me sarà una poetica, terribile, rocambolesca avventura.

Ancora una volta, buona lettura!

 

Sveva Di Palma

 

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