Onorina Brambilla Pesce, la partigiana

Ventun’anni, nome in codice Sandra, il 12 Settembre 1944 Onorina Brambilla viene torturata ed imprigionata dalle SS per il suo coraggio, la sua lotta, i suoi ideali.

Donna antifascista e partigiana, elemento chiave nella lotta al regime, ella mai rivelerà i segreti dei suoi “compagni”, racchiudendo in sé i più alti valori umani di solidarietà e resilienza.

Quanto è difficile “Mourir pour des idées”, come ci canta Georges Brassens? Sapere di essere piccoli e schiacciabili, fragili, e continuare ad essere liberi, incondizionabili? In un’epoca storica in cui l’eroismo è annichilito da una patina di malcelata pigrizia, in cui esprimersi a favore di una minoranza o del diverso inizia a risultare impopolare, quanto significato può avere scrivere di impegno, di compassione, di rischio? Quante possibilità reali esistono che l’accezione di questi termini possa essere consapevolmente percepita in tutta la sua potenza e gravità?

Non so, ma parlare di donne ribelli, insofferenti alle regole e capaci di cambiarle sembra avere, ai miei occhi e alle mie dita scriventi, un bel po’ di rischio, di compassione e di impegno. È il minuscolo, limitato gesto eroico che possono permettersi coloro che hanno l’uso delle parole, della semantica, della perifrastica.

Mica poco, tutto sommato.

Parliamo, dunque, e raccontiamo la figura di Onorina Brambilla Pesce, guerriera comunista ed impavida soldatessa, femmina italiana.

“Avevo una preparazione antifascista, senz’altro, ed io lo sentivo molto. Lo sentivo molto questo.” – intervista del 2008

Cresciuta a Lambrate, quartiere di Milano, in una famiglia antifascista e comunista,Onorina Brambilla inizia a lavorare a 14 anni come impiegata alla Paronniti. Già lì, è evidente la sua avversione per regole e costrizioni. Nel 1941 viene licenziata per un diverbio imprecisato con il padrone. Nel frattempo studia, impara l’inglese, legge libri proibiti dal governo fascista. La sua formazione e la sua istruzione le permettono di sviluppare uno spirito critico, un antesignano femminismo. Si pronuncia contraria alla guerra mondiale pubblicamente, al cospetto di numerosi fascisti, senza vergogna. La sua necessità di liberazione è forte, per se stessa, per ognuno. L’occasione per offrire il suo aiuto arriva dopo la resa della Germania, nel settembre del ’43. I tedeschi invadono Milano, la fine ufficiale della guerra sancisce l’inizio di un’altra, più localizzata. I soldati dell’esercito italiano cessano di essere tali e si vestono dei panni di partigiani. Onorina lavora in una fabbrica metalmeccanica e prende parte ai Gruppi di difesa della donna, ma non è sufficiente per il suo spirito indomito, per il suo bisogno di azione concreta. Vuole andare sulle montagne. La sua ambizione, da lei stessa definita “romantica”, viene però frenata da una proposta: Giovanni Pesce, alias “Visone”, la invita ad unirsi alla III brigata Gap. Onorina accetta, abbandona il lavoro,  diventa “Sandra”. Sandra è un po’ Staffetta – ruolo spesso ricoperto dalle giovani donne della Resistenza, principalmente meno sospette, incaricate di garantire i collegamenti tra le varie brigate e di mantenere i contatti fra i partigiani e le loro famiglie – e un po’ soldato. Spesso, Sandra è protagonista di quelli che sono i compiti dei gappisti, da azioni di sabotaggio a liberazione delle spie. Trasporta comunicati ed armi in sella alla sua bicicletta azzurra, la giovane Onorina. Il pericolo corso è indicibile.

La donna, nelle interviste, racconta: «…sono capitata in mezzo ad un blocco , senza possibilità di fuga. Avevo parecchie pistole da recapitare. “Stavolta sono fregata”, pensai. Misi un piede a terra e si avvicinò un “sanmarchino” che volle fortunatamente fare il galante e mi disse : “ Vai bella”. Mi avviai mentre mi tremavano le gambe.»

Sentire quest’eroina, nei video reperibili ormai anziana, parlare con tanta serena accettazione – quasi divertimento – di simili vicende è meraviglioso e terribile. L’esistenza di tale impavido idealismo capace di permeare la quotidianità di una vita, illumina e strabilia. La partigiana illustra e narra, con lo stesso tono di appaciato riconoscimento, delle torture subite durante l’interrogatorio nella “Casa del Balilla”, quando si è rifiutata di comunicare alle SS la posizione di Visone, suo compagno ma soprattutto suo uomo, futuro marito. Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e prezioso di tutti, insegna la Disney. Così è anche l’amore.

«Non saprei dire quanto durò “l’interrogatorio” mentre l’ufficiale insisteva nel chiedermi ‘ Dov’è ‘Visone’ ?’. Tra una frustata e l’altra piovevano pugni e schiaffi. Ad un tratto mi ritrovai sotto la scrivania senza sapere come vi fossi finita. Ricordo la tentazione che provai quando mi trovai con la bocca vicino al braccio del torturatore, la tentazione di morderlo. Resistetti all’impulso perché forse avevo il desiderio ma non la forza. Ero dolorante, semisvenuta, credo di aver molto gridato. Poi probabilmente erano stanchi anche i miei aguzzini perché se ne andarono. Uno di quelli che mi avevano arrestato, mi fece alzare, mi prese per un braccio e assieme ad altri mi accompagnò al carcere di Monza. Ero febbricitante, dolorante, non potevo neppure camminare, tutto mi girava attorno, mi svegliavo di soprassalto, facevo strani sogni… Ritornò come temevo Werning qualche volta, qualche schiaffo ma non fui picchiata così duramente come la prima volta.»

La testimonianza è raggelante, inaccettabile. Il cervello dell’uomo moderno occidentale, abituato a benessere e pace, rifiuta di primo impatto la portata di un simile evento. Non sembra possibile. E pur si muove.

Il nome di Giovanni Pesce, al sicuro dell’amore di Onorina, non è mai venuto alla luce, se non dopo, in periodo di maggior tolleranza. Le torture fisiche, l’isolamento, i campi di concentramento possono poco contro una mente giovane, brillante, convinta. Una mente che non cesserà mai, soprattutto, di esserlo, al di là dell’invecchiamento del corpo, del cambiare dei tempi e delle politiche. L’ideale batte il regime. L’ideale non invecchia.

«Nei numerosi incontri con i ragazzi delle scuole di vario ordine, al di là delle emozioni che mi procurano, ho sempre una preoccupazione: spiegare perché è avvenuto quello che racconto, per evitare che queste vicende rassomiglino ad una specie di avventure di Rambo. Dico loro: la libertà è un grande bene e per voi è qualcosa di naturale, di normale, come deve essere. Tutto quello che vi dico io, che vi diranno altri combattenti della Resistenza e prigionieri nei campi nazisti, che leggerete, è il caro prezzo che i popoli hanno dovuto pagare per riavere la libertà che era stata brutalmente soppressa, perché essa tornasse ad essere un fatto normale della nostra vita. Noi, voi, tutti dobbiamo far sì che in futuro non ci siano altre persone che debbano raccontare ad altri giovani gli orrori di una nuova barbarie.»

Mourir pour des idées.

 

 

Sveva Di Palma

 

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi