Amelia Earhart e la farfalla del destino

Forse quand’era piccola le piaceva giocare con le bambole. O forse le piaceva disegnare, chissà. Con il sogno del volo dicono che non ci fosse nata, che le era nato dentro un bel giorno, per caso. Ad alcuni va così: ad un certo punto la vita ti sbatte in faccia il tuo destino e non puoi più farne a meno.

Così è successo ad Amelia Earhart.

“Le donne devono cercare di realizzare l’impossibile, proprio come hanno provato anche gli uomini. Quando falliscono, il loro fallimento deve essere una sfida per altre donne”.

 

Amelia Mary Earhart nasce il 24 luglio del 1897 ad Atchison e, all’età di 17 anni, decide di iniziare dei corsi di infermieristica, grazie ai quali presterà poi servizio in un ospedale militare canadese durante la Prima Guerra Mondiale.

Trascorso il periodo bellico, a 23 anni la sua vita cambia all’improvviso, tutta insieme. Il destino ha bussato alla sua porta nel modo più prepotente possibile: per caso, per fortuna. E lei lo ha lasciato entrare.

Era il 1920 quando si recò con il padre ad un raduno aeronautico a Long Beach in California e, per la piccola spesa di un solo dollaro, volò per la prima volta sui cieli di Los Angeles a bordo di un biplano.

Fu un caso?

Fu un gioco?

Fu uno scherzo?

Chi lo sa, ciò che è certo è che quel volo le cambiò la vita per sempre: fu quel giorno che decise che avrebbe voluto volare per il resto della sua vita.

Anche se forse, le ali, ce le aveva avute sempre nascoste sotto al giubbino: avevano solo bisogno di una spinta per uscire. Come una farfalla dal suo bozzolo, così Amelia prese in mano la sua vita e spiccò il volo.

Dopo un anno riuscì ad acquistare il suo primo biplano, con il quale stabilì il suo primo record femminile, raggiungendo un’altezza di 14.000 piedi.

Ma la sua strada continua tutta in salita: Amelia non si ferma, e non si fermerà mai, fino alla fine lei continuerà a volare.

Il 17 giugno del 1928, anche se a quel tempo i suoi ruoli a bordo erano ancora pochi, diventa la prima donna a sorvolare l’Oceano Atlantico. Nel 1931 stabilisce il record mondiale di altitudine, piazzandolo a 18.415 piedi e l’anno successivo è la prima donna a compiere una trasvolata da sola e la prima donna a sorvolare gli Stati Uniti, la prima ad attraversare l’Oceano Pacifico.

Amelia voleva vedere il mondo e voleva vederlo mentre muoveva le sue ali, le stesse ali che molti avevano pensato che una donna non avrebbe mai potuto usare. E invece non era vero.

Era il 1936 quando decise di girare il mondo e di vederlo tutto dall’alto, in aereo. Accanto a lei Fred Noonan, come copilota. Il viaggio ebbe luogo, ma per cause ancora oggi non del tutto svelate, fattori incompresi, scherzi di un destino che decide che quei pochi anni vissuti bastino, siano sufficienti perché vissuti a pieno, quel volo non terminò mai.

Una volta ho letto che il destino trova sempre il modo di trovarti, prima o poi, e che quando ti trova può anche rischiare di perdersi, ma che alla fine riuscirà sempre a ritornare. Ad Amelia è toccato ben presto e non se l’è mai lasciato scappare. E forse è proprio per questo che la sua vita è stata breve, perché il suo vero destino si era ormai compiuto tutto, con pienezza, con prepotenza, in modo assoluto.

Completamente.

Per cause che forse rimarranno per sempre un mistero, l’avvicinamento finale a Howland non funzionò.

Nei giorni successivi, le spese di ricerca furono immisurabili, a partire dal marito di Amelia, fino al presidente Roosevelt.

Ma non ci fu nulla da fare: l’aereo e i due piloti a bordo non vennero mai più ritrovati.

Nonostante la vera dichiarazione di morte, avvenuta nel 1939, la vera data in cui si ritiene terminata la vita di Amelia è quella del 2 luglio del 1937.

A soli quarant’anni.

Nel bel mezzo della sua vita.

Nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.

Nel bel mezzo del suo sogno.

Nel bel mezzo del suo destino.

Ma, nonostante la fine della sua vita, oserei dire che la sua storia, le sue gesta, i suoi sogni non rimasti nascosti in un cassetto, non siano mai terminati. Hanno continuato a restare nei nostri ricordi, attraversando il tempo e ispirando altre persone, altre donne, altri infiniti piccoli esseri che, come delle farfalle, hanno compreso di avere dentro tutte le capacità necessarie per spiccare il volo, il volo scritto nel loro destino.

Anche se donne.

Soprattutto se donne.

 

 

Martina Casentini

 

 

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