L’essenziale non si sente ad orecchio

Personalmente, sono una femmina parecchio competitiva, non amo né ammetto sconfitte e ho messo in discussione più di un rapporto decennale durante una partita a Taboo.

L’unica cosa che accetto di perdere è il respiro davanti alla meraviglia. Come ritrovarsi per caso, alla fine della conferenza stampa per la presentazione della stagione teatrale 2019/20, dentro un Teatro San Carlo deserto, con i rossi dei velluti e l’oro delle decorazioni. È qui che mi prendo un attimo per immaginarmi Barbara, una stagista del Teatro sorda dalla nascita che mi ha appena raccontato la sua storia, che non posso non condividere con voi. Per ricordare a me e a tutti che ci sono molti modi di ascoltare, e che, per arrivare fino in fondo alla bellezza, le strade da percorrere sono inimmaginabili, e infinite.

Ciao Barbara, mi dici qualcosa di te?

“Sono Barbara Attanasio, ho 25 anni e vivo a Napoli. Frequento l’ultimo anno del corso di beni culturali all’università Suor Orsola Benincasa, e attualmente sto facendo uno stage al Teatro San Carlo. Sono nata con una sordità profonda, ma ora sono correttamente riabilitata e portatrice di un impianto cocleare. Ho una sorella gemella che ha il mio stesso problema uditivo, e anche lei ha un impianto uguale al mio. Insieme abbiamo affrontato delle sfide importanti, come una lunghissima riabilitazione linguistica ed uditiva. Ma ne è valsa la pena, perché ci ha permesso di affrontare meglio la vita di tutti i giorni. Sono una persona parecchio timida, curiosa e molto sensibile, cosa che mi ha portata per un periodo a chiudermi in me stessa, per la paura di essere giudicata e non accettata all’interno della società, essendo sorda. Ma col passare del tempo sono diventata consapevole della mia sensibilità e del mio problema, che ho cercato di trasformare in punti di forza: ho cominciato a mettermi in gioco, ad esempio facendo parapendio o imparando a suonare la Viola. Nonostante le mie difficoltà, che spero di riuscire ad affrontarle in futuro, sono comunque orgogliosa di ciò che sono oggi, anche grazie al supporto della mia famiglia, a cui sono molto legata.”

Cosa vuol dire “ascoltare” la musica per qualcuno che, come te, ha problemi uditivi?

“È una bella domanda: parto dal fatto che un sordo non sa distinguere tutte le sfumature che ci sono in un brano musicale, cioè facciamo fatica a comprendere tutte le note e i vari strumenti utilizzati per la composizione. Per questo motivo, per noi sordi, diventa una “bella” impresa, perché bisogna acquisire consapevolezza dei suoni e ciò richiede tempo ed esperienza, che si ottiene ascoltando la stessa musica più volte. Generalmente, per noi non udenti, e specialmente per quelli che lo sono dalla nascita, la prima cosa da fare ascoltando musica è quella di avvertire le vibrazioni e poi il ritmo. Questi due elementi sono importanti perché in questo modo riusciamo a percepire e immaginare i suoni.

Le vibrazioni, poi, non sono solo importanti nella musica, ma spesso noi sordi le utilizziamo come “sesto senso” nei vari momenti della vita quotidiana, per orientarci perché ad esempio avvertiamo le vibrazioni del pavimento quando sbatte una porta, oppure avvertiamo lo spostamento dell’aria. Per cui le vibrazioni diventano per noi “un canale di ascolto” importante. Questo sesto senso mi ha permesso di suonare il pianoforte, riuscendo ad utilizzare le note attraverso le vibrazioni che la tastiera emette a contatto con le dita. Stessa cosa anche quando ho suonato la Viola, mi sono molto appoggiata alle vibrazioni delle corde: mi accorgevo che stavo sbagliando quando la corda non vibrava all’intensità giusta. Un altro esempio: quando assisto ad un concerto, mi carico di adrenalina per le luci, la scenografia ma soprattutto per le vibrazioni della musica che si possono sentire con tutto il corpo e i piedi. Per cui “ascoltare” la musica, per noi non udenti, è sicuramente qualcosa di diverso rispetto a chi è dotato di un udito normale, ma in realtà non è altro che un’interpretazione delle vibrazioni abbinate ai suoni.”

Cosa ti ha spinto verso questo tirocinio al Teatro San Carlo?

“Non c’è stata una vera e propria spinta, perché in realtà è nato tutto per caso: un giorno, un mio professore dell’Università aveva organizzato un incontro con la Dott.ssa Spedaliere, Direttrice di Affari istituzionali e Marketing del Teatro San Carlo, e durante questo incontro lei chiese a noi studenti cosa intendessimo per “Cultura”. Alla sua domanda io espressi il mio parere: per me la cultura è sinonimo di conoscenza ma è anche condivisione ed accessibilità per tutte le persone, e le ho raccontato anche quello che era il mio rapporto con il teatro, da sorda. E dopo quell’incontro la Dott.ssa mi ha dato la possibilità di fare uno stage al Teatro San Carlo.”

Com’è cambiato il tuo rapporto con questo medium, alla luce di quest’esperienza?

“Devo dire che prima di accettare questo stage ci ho pensato un po’ su, perché io e il teatro abbiamo un rapporto un po’ conflittuale per via della mia sordità che non mi aveva mai permesso di godere appieno delle opere teatrali. Da sempre ho cercato quel “contatto diretto” con il teatro, e spesso vedevo quanto fosse semplice per le altre persone immedesimarsi negli spettacoli, soprattutto sentendo le conversazioni, ascoltando le emozioni e i pensieri dei personaggi portati in scena, come se il semplice ascoltare creasse quel famoso “contatto” che io cercavo ma che mi si presentava come un ostacolo. Ma frequentare il San Carlo ha rivoluzionato il mio concetto di teatro, che non è solo teatro – ascolto – spettatore, ma la scoperta che ci sono nuove realtà, non solo uditive, che un teatro così importante può offrire dall’interno.”

Qual è stato il momento più difficile, e quale più bello?

“Il momento più difficile è stato sicuramente l’inizio, perché non sapevo se e quanto fossi adatta per questo tipo di stage e non volevo deludere le persone che credevano in me e che mi avevano offerto questa opportunità. Di momenti belli ce ne sono stati tanti, dall’aver partecipato alla conferenza stampa con un mio intervento ai piccoli compiti che lo staff dello stage mi assegnava. Lo considero come un mio successo personale, che mi ha portato a credere molto di più in me stessa e nelle mie capacità.”

Marzia Figliolia

 

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