Netflix è un infinito pranzo della domenica

Avete presente i pranzi domenicali, quando ti siedi all’una e ti alzi alle quattro che sembri Galeazzi e parli anche come lui, ma poi alle sette (quando va bene) ti prende come un senso di vuoto e allora ti lanci sulla pasta col ragù avanzata che sta nel forno? Ecco, Netflix è esattamente così: ti abbuffi di puntate fino a scoppiare, ma non resisti per più di un paio d’ore senza. Questo fenomeno ha un nome, si chiama, non a caso, binge watching.

Il discorso sulle piattaforme di streaming online, che forniscono l’opportunità di guardare serie diverse per tre vite almeno, è necessariamente al centro dell’attenzione degli studiosi della serialità televisiva, ma non solo, per cui in questa occasione mi piacerebbe fare un discorso più “di pancia” che di testa. Letteralmente.

Sì, perché il fenomeno che l’avvento degli operatori over the top — a cui si stanno adattando anche le TV “tradizionali” — ha scatenato è quello del cosiddetto binge watching, in pratica una “abbuffata di visione” di serie televisive. Sempre più spesso ogni buco della giornata viene riempito da qualche puntata di una qualsiasi serie. Addirittura, il “palinsesto” giornaliero di tante persone, specialmente ragazzi, si struttura attorno ad una qualche particolare serie che si sta seguendo.

La ricetta è molto basilare: computer, divano — o letto — e una posizione strana a piacere che favorisca la concentrazione, non sia mai che sfugga un passaggio. E poi via! Parte la maratona che ti catapulta, in un attimo, dieci puntate e cinque ore più tardi e ti fa perdere totalmente la cognizione del tempo. Ma questo bisogno di intrattenimento da cosa è dato? Cosa spinge una persona a dover necessariamente sapere come va a finire una storia senza poter aspettare qualche giorno? Che magari nel frattempo avresti anche un esame da preparare, ma te ne freghi! Perché lo scopo della tua vita non è laurearti, ma sapere perché quei due tizi di Russian Doll crepano e tornano in vita in loop o è roderti il fegato perché ancora Bjorne non è riuscito ad ammazzare Ivarr ed è finita pure la quinta stagione. È finita la quinta stagione. E ora?

E ora? Bella domanda. C’è sempre un “e ora?”, perché la più immediata conseguenza della fine di una serie o di una stagione è che resti con un senso di vuoto che ti logora e ti lascia impalato a cercare di capire se qualcosa possa avere ancora senso nell’anno che dovrà trascorrere prima della stagione successiva. Ma il primo pensiero neanche questa volta sarà quello di provare a combinare qualcosa di utile nella vita, ma sarà la ricerca di una nuova storia che possa sostituire quella appena finita. Una logica da “chiodo scaccia chiodo” che viene traslata dalle relazioni amorose alle relazioni sociali che non hai più, perché hai preso la sciagurata decisione di abbonarti a Netflix. In fondo di questo si tratta, di una metafora della vita. Conosci un personaggio, ti ci affezioni, poi te ne innamori e alla fine due sono le opzioni: o la cosa si fa talmente lunga da diventare abitudine, ma sei troppo legato per rompere, anche se ormai non ti dà più le emozioni degli inizi; oppure sono i personaggi che ti abbandonano quando ormai stavi pensando di avviare una petizione online per rendere legale il matrimonio con una serie televisiva.

In questa intricata questione dai risvolti psicologici e psicopatici magari, un giorno, sociologi e psicologi sapranno dare una risposta al perché di questo bisogno. Quello che faccio io è un appello, riportando un estratto delle stra-citate battute di Massimo Troisi in Ricomincio da tre:
https://youtu.be/E75fjbTHEOA?t=270 

Si spera che al mondo ci siano più “Gaetani” che “Robertini”, ma se proprio non dovesse essere così, beh… allora… Vafa***l tu e Netflix!

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“Verso l’infinito e over the top”
“Teleinfluenza” 

Federico Mangione
disegno di Giuseppe Armellino

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