Hugo poète: “En parlant de moi, je parle à vous de vous”

Quando studi al liceo, non puoi mica permetterti di decidere su cosa conferire.
Devi studiare ciò che ti viene assegnato e se non ti piace, adieu.

Studiavo la letteratura francese con amore, studiavo autori su autori su periodi storici e periodi letterari e periodi sintattici e regole, e li amavo. Quanto li amavo.

Ma ci sono, nel corso degli studi, esperienze che non dimentichi. Esperienze, sì, perché certi scritti sono l’esperienza di vita, in quel momento, in quell’attimo, su quella sedia.

Un giorno la professoressa Di Palo ci porta un testo su fotocopia: Clair de lune di Victor Hugo. Io, Hugo, lo avevo già letto memore del mito creato da mia nonna che per tanti anni lo aveva insegnato a scuola e, sì, mi era piaciuto. Sempre, però, lo avevo additato come romanziere e mai, nella mia testa, sarebbe potuto risultare diverso.

Stolta.

Chiaro di luna

La luna era serena e giocava sull’acqua.
Libera infine e aperta la finestra alla brezza,
e la sultana osserva: il mare che si frange
laggiù e gli scogli neri ricamati d’argento.

La chitarra vibrando le scivola di mano,
ascolta l’eco sorda d’un opaco rumore:
forse un vascello turco, coi suoi tartari remi
dalle spiagge di Kos si muove ai lidi greci?

O sono i cormorani coi loro tuffi lenti
e con le ali imperlate dall’acqua appena mossa?
O di un ginn lassù soffia la smorta voce
e pietre dalla torre fa cadere nel mare?

Chi vicino al serraglio osa turbare l’acqua?
Né il cormorano nero dall’onda carezzato;
né pietre delle mura, nè il suono cadenzato
di un vascello che arranca sull’acqua con i remi.

Sono sacchi pesanti da cui viene un lamento.
Si vedrebbe scrutando l’acqua che li sospinge
come una forma umana tentare un movimento…
La luna era serena e giocava sull’acqua.

 

Meno male che poi mi sono laureata in Lettere e ho capito qualcosa in più.

In uno scenario calmo si consuma una tortura che nasce in acqua, come la vita, e annega, come la morte.

Non spiegherò la poesia, vi invito a leggerla e a pensare con me.

Non lo sentite quel dolore della calma apparente? Non lo sentite il tonfo di un corpo che spacca l’acqua o le acque e le rompe, esce, partorisce nel male?

La luna solenne in cielo osserva la barbarie umana nell’oscurità e si riflette in essa, senza far altro che sporgersi verso il bagliore naturale. Non esiste scampo, i terribili sacchi dell’ultima strofa si dimenano nel silenzio dell’indifferenza.

Eppure c’è un uomo, un uomo nel mondo che pone l’attenzione su di loro. Non conosceremo i nomi né le forme di questi cadaveri, ma la loro memoria è richiusa il quel sacco annegato, il quel volo sordo verso la morte.

 

1829, un giovane Hugo scrive senza sapere che l’acqua gli cambierà la vita per sempre, quando sua figlia, Léopoldine, morirà annegata, scrive con melanconia condita dallo scuotimento di un uomo già politicamente impegnato, contro la pena di morte, contro la barbarie e affascinato dall’esotico. Un Romantico che en parlant de moi, je parle à vous de vous. Parlando di sé, parla a noi di noi. Noi siamo i flutti che ondeggiano, il mare che risucchia e il sultano che ordina morte.

Siamo giudici, carnefici e giuria, noi siamo quello scegliamo di essere e se decidiamo che un dio, un dio per Hugo cristiano, può essere parte della nostra esistenza, allora possiamo capirlo e accoglierlo, farci cullare dall’idea che niente si completa in quello stretto sacco che pian piano scende fino al fondo del mare.

Un sultano può essere terrificante, un uomo lo è, ma l’umanità no. Speriamo in una collettività migliore, speriamo in questo presente, un presente Ottocentesco, un presente contemporaneo, ma pur sempre un presente che non ci abbandoni alla cattiveria del singolo, ma che, al contrario, ci spieghi come si ama in gruppo.

Qualcuno avrebbe, forse, parlato di social catena.

E quando la notte cala, mare e cielo si confondono, la luna spunta, noi da quel sacco siamo tenuti a risorgere e, nel ventre di un mare brillante, osservare

La luna (che) era serena, e giocava sui flutti.

 

Benedetta De Nicola

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