‘O femmeniello: la Napoli travestita di Özpetek

Questa figura così radicata nel tessuto sociale partenopeo porta avanti tradizioni antichissime che hanno incuriosito e ispirato intellettuali come Özpetek, il regista turco che nel film Napoli velata ce ne regala un ritratto – scultura verace ed espressivo.

Chiamarlo banalmente omosessuale o affibbiargli l’etichetta di travestito sarebbe riduttivo, poiché mal esprimerebbe la contraddittoria natura di questa figura quasi mitologica.O femmeniello o la femminellasembra piuttosto la manifestazione di una fatalità della natura portata all’eccesso, una donna con teatrale femminilità intrappolata nelle sembianze fisiche di un maschio. Avvertendo il disagio sociale di atteggiamenti insoliti, sviluppati durante la crescita, questa soggettività atipica finisce per desistere nella lotta contro la propria identità anagrafica – portata avanti sin dalla pubertà – e abbraccia fieramente la sua indole paradossale, fatta di vistose movenze, trucco esacerbato e abiti da donna estremamente appariscenti. A differenza di altre culture – in cui il femmeniello viene ridicolizzato poiché giudicato uno scherzo della natura, una creatura mal concepita da emarginare – a Napoli non solo è tollerato, ma gode addirittura di uno status sociale di rilievo poiché considerato un contraltare allo iettatore (il portatore di sventura), un talismano vivente, per via della sua natura ibrida di androgino – figura al confine tra virilità e grazia femminile – o di Rebis alchemico in grado di dialogare con il mondo ultraterreno.

Questa figura apotropaica – atta ad allontanare il malocchio – così benvoluta e integrata nella verace atmosfera dei quartieri storici di Napoli, è finita negli anni nel mirino di cineasti ed artisti, intrigati dalla sua carica folcloristica e dal suo temperamento colorito, fatto di linguaggio irriverente e battute salaci. Oltre al meno recente adattamento teatrale di Roberto De Simone de La gatta Cenerentolacelebre fiaba di Giambattista Basile – in cui diversi femmenielli rivestono ruoli di primo piano, anche Napoli velata di Ferzan Özpetek ne offre un’efficace rappresentazione in un’affascinante cornice di esoterismo e religiosità popolare.

Il film – realizzato nel 2017 – tratteggia una Napoli suggestiva e occulta, antica culla dei misteri del Mediterraneo e crocevia di tutte le culture iniziatiche occidentali e orientali, riesumando enigmi millenari e tradizioni ancestrali, come “la figliata dei femmenielli”. Proprio nei primi minuti della pellicola, in un potente scenario barocco dalle luci soffuse, Peppe Barra avvia il rito di fertilità – cadenzato dai gemiti di un femmeniello sdraiato su un letto che simula le doglie del parto – affermando in tono sinistramente confidenziale:

Shhh! Zitti! Chest è ‘na storia antica, eterna. Da quando è nato il mondo ‘e cos’ so’ iut semp’ accussì, eppure io non ho mai saputo trovare filosofo o scienziato che mi sapesse svelare questo mistero. E alla base di questo mistero che ce sta? N’ omm e na femmena […]

Circondato da ermafroditi pesantemente truccati, con folte chiome, corone di frutta e lunghe tuniche, che accompagnano il travaglio con una nenia ritmata, il femmeniello “ingravidato” dà alla luce un bambolotto (secondo tradizione anche sostituibile con uno smisurato fallo di legno, simbolo di fecondazione), dopo che un enorme velo viene dispiegato da Anna Bonaiuto a coprire la scena, poiché «La gente non sopporta troppa verità». Barra accoglie il finto nascituro tra le braccia affermando con tono solenne:

     Baciatelo! Chest è ‘a fortuna vostra. Da domani la vostra vita cambierà da così a così.

 

 

Questo rito antropologico – che rievoca il mito platonico dell’androgino – suggerisce l’importanza del sentire piuttosto che del vedere, mischia i ruoli di genere mostrando l’essenza ambigua delle cose e, attraverso la compartecipazione emotiva dell’uomo all’atto generativo, rende il parto un rituale collettivo, un lamento corale.

Oltre alla figliata, Özpetek reinterpreta un’altra antichissima usanza della Napoli tradizionale dei femmenielli: “la tombola vajassa” o “tombola scostumata”. Si tratta di un rito quasi oracolare in cui le femminelle, in procaci abiti da drag queen, estraggono i numeri dal panariello – una sorta di imbuto rovesciato, associato simbolicamente a un’enorme vagina da cui tirar fuori segreti arcani. Per quanto ogni numero abbia una precisa decodificazione nella Smorfia napoletana, il femmeniello ne offre interpretazioni sopra le righe e, ispirato dal momento, rifacendosi ad aneddoti, sfottò e filastrocche, tesse storielle improvvisate considerate alla stregua di vaticini. Oggi è un evento a cui è facile accedere, ridotto a spettacolino da cabaret trasgressivo e folcloristico, celebrato solitamente nel periodo natalizio, a discapito dell’autenticità originaria e delle circostanze segretissime in cui si consumava questo rito. Si tramanda infatti che avvenissero stranezze irripetibili per questioni di decenza e che la singolare riffa si celebrasse solo a porte chiuse, nell’intimità dei luoghi di quartiere. Come ricorda Peppe Barra, che una notte partecipò alla magica lotteria: «Per fare la tombola, i femmenielli si riunivano in segreto ed era l’unico momento in cui potevano esprimersi liberamente, portavano gli uomini e facevano le presentazioni: Chésta è ‘a cummara mia, chisto è ll’ommo mio».

 

 

                                                

Il regista turco la ripropone nel chiostro della Certosa di San Martino, uno scenario mozzafiato sospeso sull’abbraccio tra terra e acqua, Vesuvio e mare, dove Pasquale e Adriana – Peppe Barra e Giovanna Mezzogiorno – assistono alla singolare tombolata dei femmenielli, interpretati dalle donne dell’ATN (Associazione Trans di Napoli), per ricevere la loro profetica interpretazione su una misteriosa combinazione di numeri:

42: «La mattina vi sveglia e la notte non vi fa dormire. Vi tira su: O’ cafè»

18: «’A fatt n’atu miracolo, s’è squagliato pur chist ann’! O’ sang»

75: «Pulecenella»

È la Napoli velata, «Lo dicono i numeri, chesta città i suoi segreti non li svela a nessuno!»

 

Conosci Peppe Barra? Clicca qui per l’intervista

 

Francesca Eboli

 

 

 

 

 

 

 

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