Nina Simone: possedere la musica

Nina Simone (nata Eunice Kathleen Waymon a Tryon, North Carolina) ha sempre toccato, in me, delle corde profondissime, invisibili e dolorose. Il suo canto, il suo pianoforte, il “Ain’t got No, I Got Life”, ha scosso ogni pilastro della mia forza emotiva, ha reso un tumulto inarrestabile le mie fondamenta. Emozionando e scuotendo, è diventata un simbolo di rivolta e lotta, oltre che una delle più grandi icone del jazz.

Il live di Nina Simona a Londra, in cui l’artista si lancia in una appassionata ed impeccabile performance del suo singolo “Ain’t got No, I Got Life”, ha fatto la storia e la storia della musica, mantenendo la sua carica rivoluzionaria e l’infinita capacità di ipnotizzare udito e vista.

I suoi movimenti, la sua pelle bruna, la sua selvaggia eleganza da dea africana: è indimenticabile.

Di cosa ci parla, cosa ci trasmette realmente questa etera ed eterna creatura, quali potenti magie non ci permettono di allontanarci, quando le sue mani volano sui tasti e le sue corde vocali vibrano, maestose, cantandoci di segregazione razziale, di libertà totale e di amore verso il prossimo?

Ripensandoci, guardandoci indietro, possiamo ricordarci di qualcun altro che cantava di questo, con un timbro un po’ più rauco, una voce più bassa, più rotta.

Ci viene in mente Billie Holiday, che ci culla nel mare dei suoi tormenti, del suo appartenere ad una diversa “razza”, meno chiara, meno umana. Siamo negli anni ’30, ’40 e ’50, l’America è un brutto luogo per gli afroamericani, soprattutto per gli afroamericani di talento, di pensiero.

Billie e Nina sono donne nere e musiciste, ma anche guerriere, amazzoni di una causa nobile e terribile. Le loro voci ostracizzate e per questo ancor più potenti sono lo specchio di una società in condizioni disumane e desolanti. È la società del “I Have a Dream” di Martin Luther King, in cui il razzismo comincia a stancare, il Black Power estirpa pregiudizi e convinzioni obsolete, anche usando la violenza. In questo contesto di movimento ed evoluzione, l’animo denso e delicato di molti artisti afroamericani esce dall’oblio per poter prendere la propria parte e aiutare la lotta.

Questo risveglio da una perenne solitudine e irreversibile sottomissione ci viene offerto dall’arte di Nina Simone, una delle prime donne a dire, a mettere in forma accessibile il messaggio antirazziale. Quando il dolore personale diventa il dolore di un popolo intero, parliamo di un dolore storico, di qualcosa che fuoriesce dall’individuo per espandersi nello spazio e nel tempo.

Non poteva, uno spirito così dedito e intuitivo, non farsi emblema e simbolo di un cambiamento così rilevante, così integralmente giusto. Il coraggio ed il talento diventano strumenti tanto quanto la voce, il pianoforte e l’orchestra, per annunciare a tutti la spossatezza, la stanchezza, ma anche la voglia di non rassegnarsi. Il canto della rivolta, come lo descrive Nina in Revolution, parte dal singolo per farsi coro, per farsi amore più grande, per abbracciare l’uguaglianza e l’infinito cerchio della vita. Ed è per questo che non riusciamo ad ascoltare un pezzo di Nina Simone senza commuoverci, senza sentire qualcosa, qualcosa che sfiora l’inconscio e copre il cuore con un sottile velo di gioia e malinconia. La magia della femminilità e della musica, unite.

Sveva Di Palma

Disegni di Alberto De Vito Piscicelli

 

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