Lancia quei gatti! – La surreale storia dietro la fotografia di Halsman a Salvador Dalì

Prima che il fotografo Philippe Halsman e Salvador Dalì si mettessero d’accordo sull’idea dei tre gatti volanti per la fotografia Dalì Atomicus (1948), l’artista spagnolo suggerì di far saltare in aria un’anatra usando della dinamite. Considerati i 26 tentativi che hanno portato alla foto finale in cui un Salvador Dalì estatico levita nel bel mezzo di una caotica scena sospesa nell’aria, possiamo tranquillamente affermare che l’insistenza di Halsman contro quell’idea iniziale è stata senz’ombra di dubbio la scelta migliore.

Halsman, un ritrattista attivo verso la metà del XX secolo, aspirava a sollevare il velo che ricopre gli esseri umani, seppur brevemente, per rivelare la vita interiore dei suoi soggetti: “Un vero fotografo deve voler catturare la vera essenza dell’umanità”, disse una volta durante un’intervista. Ma catturare la vera essenza di Salvador Dalì si rivelò essere un lavoro un po’ più complicato del previsto. Per oltre quarant’anni, Halsman scattò foto dell’artista in occasioni tra le più disparate, realizzando alcuni dei più famosi ritratti in bianco e nero del surrealista.

Dalì Atomicus fu un primo esempio di una pratica che Halsman chiamò poi “jumpology”: per riuscire davvero ad entrare nell’intimo dei suoi soggetti – soprattutto celebrità e personaggi pubblici abituati ad avere una lente puntata addosso – cominciò a chieder loro di saltare (in inglese “to jump”) dopo ogni sessione fotografica. “Quando chiedi ad una persona di saltare – raccontò poi – tutta l’attenzione è concentrata sull’atto di saltare, e così la maschera cade ed ecco che si mostra la persona dietro di essa”.

Ma anni prima di riuscire a convincere Audrey Hepburn, Grace Kelly, Richard Nixon ed il Duca e la Duchessa di Windsor a compiere questo “salto nel vuoto”, mise in scena la sua foto più inconsueta, bizzarra e, fortunatamente, alla fine, senza anatre: nello scatto, Dalì appare a mezz’aria, in mezzo a tre gatti volanti, un fiotto d’acqua e alcune suppellettili, pur’esse sospese.

Quando Dalì e Halsman divennero grandi amici, negli anni ’40, quest’ultimo aveva già fatto esperienza di tutta l’ombra che la vita può portarsi appresso: nato a Riga nel 1906, fu ingiustamente accusato dell’omicidio del padre nel 1928 e condannato a quattro anni di prigione, dove contrasse la tubercolosi. Fu rilasciato due anni più tardi grazie ad una sentita campagna internazionale voluta dalla sorella Liouba e che comprese anche una lettera scritta dal fisico tedesco Albert Einstein (Einstein avrebbe nuovamente aiutato Halsman nel 1940, procurandogli un visto per l’America che salvò il fotografo dall’invasione nazista in Francia, ed il commovente ritratto di Einstein, scattato sette anni dopo, diventerà uno dei suoi lavori più famosi).

Il primo ritratto che Halsman scattò di Dalì risale al 1941, su un tetto di New York, e fu solo il primo di una lunga serie di fotografie, alcune delle quali raccolte in libri surreali come Dalì’s Mustache (1951), comprendente 36 vedute dei famosi baffi incerati del pittore, altre divenute famose in tutto il mondo, come Voluptas Mors (1951), per la quale Halsman impiegò tre ore per disporre i corpi delle donne così da creare l’illusione di un teschio.

Anche Dalì Atomicus ebbe bisogno di una lunga e laboriosa preparazione, d’altronde. Halsman s’ispirò alla Leda Atomica dipinta da Salvador Dalì nel 1949 (e che si vede sul cavalletto, nella parte destra della fotografia). Ma, a differenza del dipinto, Halsman voleva che tutti gli elementi della fotografia fossero catturati in equilibrio a mezz’aria.

Le fotografie originali, non ritoccate, rivelano il segreto della loro composizione: un assistente tiene sollevata la sedia nella parte sinistra della cornice, si vedono chiaramente i cavi che tengono sospesi il cavalletto e la tela, così come lo sgabello. Ma nessun trucco venne usato per quanto riguarda l’acqua ed i tre gatti volanti. Per ogni scatto, gli assistenti di Halsman – e persino Yvonne, sua moglie, ed Irene, una delle sue figlie – lanciavano i gatti ed il contenuto di un secchio d’acqua attraverso l’inquadratura. Dopo ogni tentativo, mentre Halsman sviluppava e stampava la pellicola, Irene recuperava ed asciugava i gatti. Gli scatti non riusciti presentano annotazioni tipo: “L’acqua ha bagnato Dalì invece che i gatti” o “l’assistente rientra nell’inquadratura”.

Il risultato finale, figlio di innumerevoli docce e lanci di gatti, fu pubblicato dalla rivista Life.

Per quanto fossero due menti creative all’apice delle loro carriere, l’amicizia tra Dalì e Halsman non fu mai inquinata dalla competizione, come avrebbe raccontato la moglie del fotografo in un’intervista al Time, nel 2016: “Dalì non volle mai essere realmente un fotografo; e Philippe non ebbe mai l’impulso di prendere in mano un pennello – disse – ma insieme furono capaci di collaborare e di produrre le più oltraggiose fotografie!”

 

Marzia Figliolia

 

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