Giorgio Caproni: esile antologia poetica

Esistono diversi modi per approcciarsi ad un testo poetico, uno di questi è il lavoro critico, che richiede tempo di studio e dedizione. Un altro ancora è il dialogo che si instaura tra l’autore e il lettore, è di quest’ultimo vorrei parlarvi selezionando alcune poesie di Giorgio Caproni.

Per iniziare,una piccola precisazione: il confine tra le cose accertate da una buona critica e le mie interpretazioni è molto labile, vi invito ad informarvi se interessati.

Uno dei tanti temi preferiti da Caproni è la caccia verso qualcosa di irraggiungibile e le poesie da me trattate, giungono tutte dalla raccolta Il franco cacciatore. In Caproni c’è la consapevolezza dell’incertezza verso la morte e Dio, e l’unico rifugio umano è proprio l’incerto confine tra il vero e l’immaginario, il certo se esiste abita nell’ambiguità. Questo dovrebbe essere di conforto, abbandonare la paura della morte come in Coda.

 Coda

(Che senso può avere «esser vivi».

Star qua, il cuore in gola, a spiare

il Quadro Partenze e Arrivi?…

Moriamo con noncuranza.

Liberi. D’ogni speranza.)

 

Messaggio confermato nell’Inserto:

«Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere a Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. […] L’allegria che essa può dare è indicibile. È l’adito ‒ troncata netta ogni speranza ‒ a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo ‒ definitivamente ‒ che Dio non c’è e non esiste.»

Così c’è allegria in qualcosa che agli altri può far spavento, me incluso.

Allegria

Faceva freddo. Il vento

mi tagliava le dita.

Ero senza fiato. Non ero

stato mai più contento.

 

Ed ecco il miracolo, nonostante Caproni inviti all’allegria l’unica sensazione che riesco a provare è un leggero sconforto. Forse perché sono ancora molto giovane e l’idea di confrontarmi con il Tristo Mietitore mi rende, appunto, triste. È questa sensazione è ciò che più mi ha accompagnato nella lettura de Il Franco cacciatore.

Ricorderò per molto tempo il mio sgomento per la stanzialità di Lapalissade in forma di stornello.

Lapalissade in forma di stornello

Rosa di maggio.

La morte non è un luogo.

Tantomeno un passaggio.

Vivremo, finché saremo vivi.

Siamo uccelli stativi.

 

 E questo è quanto. Un piccolissimo tema di un autore vastissimo, come tutti i più grandi, che valeva la pena di essere condiviso con voi. Sono curioso di conoscere i vostri dialoghi e spunti nati intorno alla poesia di Caproni e perché no, orientare meglio chi vorrebbe approcciarsi ad essa.

Raffaele Iorio

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