Tonio Cartonio docet: quando la Melevisione insegna

di Adele De Prisco

Chi non è figlio di Peppa Pig e Dora l’esploratrice lo sa, l’appuntamento era fisso: alle 15 tutti incollati davanti alla tv per seguire l’ennesima avventura di Tonio Cartonio.

Inutile rinnegarlo cari bambini di città laggiù, abbiamo tutti desiderato almeno una volta di passeggiare nel Fantabosco vestendo i panni di Principessa Odessa, Strega Varana o del nostro personaggio preferito. Prima che molti di voi sostituissero le “dolcissime bibite” di Tonio Cartonio con vodka e superalcolici vari, abbiamo tutti sognato di poter assaggiare la Favolizia, l’Acquolina dolce, il Pioggialatte… Come dimenticare la sigla di apertura o il rumore che faceva la Melevisione quando riceveva un frutto per mandare in onda un cartone animato. Qualcuno di noi si sarà addirittura scazzottato con il proprio fratello/sorella pur di monopolizzare il telecomando e non perdersi la puntata. E di fatti come credere il contrario, la Melevisione è stato uno dei programmi più amati dalla generazione degli anni ’90.

Ad oggi ripensando a quel programma non possiamo che ridere, eppure, care creature, non tutti gli episodi della Melevisione erano così sciocchi come ad oggi ci sembrano.

Pochi di noi infatti sanno che il tanto amato programma, ormai non più in onda da anni, non era solo una rappresentazione volta a trasmettere cartoni animati per bambini e ad intrattenerli con filastrocche e canzoni. Al contrario, il programma creato da Mela Cecchi e Bruno Tognoli, si proponeva di favorire la comunicazione con i più piccini, cercando di aiutarli ad avere un maggior colloquio con i propri genitori non sempre facile, soprattutto in età minore. Di conseguenza, seguendo lo schema proprio del genere favolistico, quindi aiutandosi con l’uso di personaggi fantastici, la Melevisione cercava di affrontare e far interiorizzare temi molto importanti e delicati ormai all’ordine del giorno, come la separazione dai genitori, l’abuso sessuale, la violenza… ecc.

Esattamente per questo motivo, molte puntate furono costruite con l’ausilio di esperti e specialisti in scienze della comunicazione come Silvia Pagliarini e Maria Mussi Bollini, che hanno aiutato gli ideatori del programma e la loro troupe a strutturare alcuni episodi in maniera semplice e leggera, proprio alla portata dei bambini.

A tal riguardo possiamo far menzione della puntata intitolata “I dolori di Nina”.

In questo episodio si affronta il delicato tema della separazione dei genitori. Come spesso accade in questi casi, il bambino si trova a provare sentimenti contrastanti: rabbia, tristezza, paura, vergogna, solitudine, senso di smarrimento. Quando “il fuoco attorno a cui tutta la famiglia si riuniva si spegne” il bambino si sente spaesato e finisce col credere, in molti casi, di essere egli stesso la causa di questa separazione. Ed è esattamente quello che succede a Nina. La fanciulla, conosciuta come uno dei personaggi più allegri della serie, vuole fuggire dal Fantabosco, vorrebbe fare qualcosa per impedire che i suoi genitori si separino e proprio per questo chiede a Re Quercia di emendare una legge che vietasse quanto stava accadendo alla sua famiglia. Ma chiaramente nessuno può aiutarla. Come tanti bambini nella realtà, anche Nina ha il terrore che i suoi genitori l’abbandonino insieme alle sue due sorelline, ma il re, in una lettera finale che funge da morale dell’episodio, le spiegherà che “nessuna legge può farsi padrone dell’amore fra un uomo e una donna. Che mondo sarebbe senza questa libertà? Quando succede che un papà e una mamma si separano a volte non ci si può proprio far nulla e accettare questa difficile realtà può essere un primo gradino per star meglio. […] può venire meno l’affetto tra un uomo e una donna ma non verrà mai nemmeno scalfito da parte dell’uno e dell’altra l’amore per i figli.” Si sa, “i dolori dei bambini non sono poi così piccoli” ed è per questo che, tramite questa puntata, la Melevisione, analizzando le emozioni che un episodio simile causa, cerca di sintetizzare un percorso importante che dovrà affrontare il bambino cercando di rassicurarlo.

Un’altra puntata molto importante è “Il segreto di Fata Lina”. In questi pochi minuti di scena, si racconta un tema molto delicato che, purtroppo, ancora oggi continua ad essere all’ordine del giorno: l’abuso sessuale. Nonostante Lina sia riuscita a scappare in tempo dalle grinfie della guardia del re, non riesce a dimenticare l’accaduto: triste e disgustata decide di servirsi della magia per dimenticare quanto le era successo quella mattina al castello. Fortunatamente, però, Milo capisce che dietro quel silenzio la Fata nasconde qualcosa di grande e doloroso e piano piano la convince a farsi raccontare tutto. Contenta e sollevata di essersi liberata di quel peso, Milo va a raccontare tutto al re che, com’è giusto che sia, caccia via la guardia bandendola dal castello e dal Fantabosco.

Come Fata Lina, molte persone rimangono in silenzio e provano a dimenticare quanto di più indimenticabile esista al mondo. Proprio per questo la Melevisione cerca di sensibilizzare le persone a parlare, a non tenersi tutto dentro, a rompere un silenzio che può distruggere. E in questo modo insegna anche i genitori ad ascoltare quello che non viene detto dai propri figli.

La Melevisione, quindi, non è stato solo un programma d’intrattenimento e d’azione ma è stato soprattutto educativo. Forse, alcune puntate, a rivederle bene oggi, non ci farebbero più ridere, ma riflettere. Con l’augurio che possano nascere tanti programmi come la buona e vecchia Melevisione, volti ad educare, sensibilizzare e a riportare in auge valori che sembrano quasi scomparsi.

 

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