Come nascono le anfetamine: da farmaci a stupefacenti

di Rebecca Grosso

Chi non ha mai sentito parlare delle anfetamine? Che sia per lo spaventoso incremento della distribuzione illegale di queste droghe o per scandali legati al doping, l’utilizzo di questi stupefacenti non può – e non deve – passare inosservato. Come molte sostanze nocive create dall’uomo, esse non sono altro che frutto di un errore banale, un’inesattezza di laboratorio, un’altra dimostrazione di come la scienza, talvolta, possa rappresentare un’arma a doppio taglio.

Le anfetamine (o amfetamine) sono un particolare gruppo di molecole organiche che si classificano come stupefacenti neurotossici. L’amfetamina fu sintetizzata per la prima volta nel lontano 1887 da Lazar Edeleanu, un chimico rumeno. Questa molecola venne lasciata da parte per diversi decenni finché, negli anni Venti, lo statunitense Gordon Alles non la riscoprì per sbaglio. Alles stava infatti ricercando un farmaco sintetico per il trattamento dell’asma che potesse sostituire l’alternativa naturale dell’efedrina contenuta dalle piante di Ephedra. Le due molecole hanno una struttura molto simile, quindi non dovrebbe stupire l’errore di sintetizzare anfetamina

piuttosto che efedrina.

L’errore non costò caro – almeno inizialmente – ad Alles, data l’azione decongestionante e antiasmatica del nuovo composto che ben si prestava alle esigenze del ricercatore: negli anni Trenta dello scorso secolo il farmaco venne subito distribuito sul mercato con il nome commerciale di Benzedrina.
Pochi anni dopo ci si rese conto anche dell’azione stimolante di questo composto a livello del sistema nervoso centrale: fu così che l’anfetamina cominciò a essere adoperata anche per la cura della narcolessia. In quegli stessi anni si rilevarono i primi disturbi psicotici legati all’assunzione di questa sostanza, ma purtroppo la sua pericolosa azione neurotossica venne compresa qualche decennio dopo, quando l’abuso di quest’ultima era un fenomeno già irrimediabilmente diffuso. Il divieto dell’uso della cocaina aveva infatti incrementato incredibilmente dagli anni Venti la popolarità di questa nuova sostanza.

Il primo utilizzo massiccio di anfetamine risale ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando questi “farmaci” venivano somministrati ai soldati tedeschi come stimolanti, per ridurre la fatica, aumentare la sopportazione del dolore, ma soprattutto per tenerli vigili durante i raid aerei notturni. I soldati, in particolare, assumevano una sua variante – la metanfetamina – allora diffusa con il nome commerciale di Pervitin.

Nel 1959 le anfetamine vennero riconosciute come sostanze stupefacenti dalla FDA (Food and Drug Administration) proibendone l’uso salvo casi di gravi patologie, come la narcolessia, il morbo di Parkinson e l’obesità, che prevedono un’assunzione – soggetta a ristrette prescrizioni mediche – minuziosamente monitorata al fine di ridurre al minimo i suoi effetti collaterali.

Queste sostanze psicoattive agiscono infatti sul sistema nervoso centrale, provocando un’alterazione dei sensi e del comportamento: danno assuefazione causando gravi danni celebrali e creando disagi al metabolismo corporeo, al sistema cardiocircolatorio e respiratorio. Questi effetti sono dovuti al rilascio di dopamina e noradrenalina, le cosiddette catecolammine, ovvero sostanze naturalmente prodotte dal nostro organismo in situazioni che prevedono una reazione di risposta a uno spavento o una forte emozione. La struttura delle anfetamine è infatti molto simile a quella dell’adrenalina, che funziona sia come neurotrasmettitore che come ormone. Questa molecola è in grado di generare un aumento del livello di glucosio nel sangue che in situazioni di paura, ansia o rabbia permette ai muscoli di agire rapidamente: da questo deriva la fama dell’adrenalina come ormone “combatti o fuggi”.

Come tutte le sostanze appartenenti a questa famiglia, le anfetamine provocano un incremento della pressione arteriosa, del ritmo respiratorio, della frequenza cardiaca con una conseguente alterazione della percezione della fatica. Queste sostanze agiscono sul metabolismo di base alterando la termoregolazione, la percezione del sonno e dell’appetito; provocano aritmie, senso di agitazione, palpitazioni, sudorazione elevata e un senso di confusione e smarrimento. La loro neurotossicità provoca psicosi e una repentina degenerazione dei tessuti neuronali, fino alla morte.

Nonostante non sia affatto un fenomeno legato alle nuove generazioni – l’anfetamina è entrata nella cultura giovanile a partire dagli anni ’60 – negli ultimi anni la questione è diventata piuttosto preoccupante: si stima che il consumo di queste droghe coinvolga, solo in Europa, quasi due milioni di persone, principalmente ragazzi in età adolescenziale. La variante più diffusa illegalmente è sicuramente la metilen-diossi-metamfetamina, l’MDMA, più conosciuta come ecstasy, una droga sintetica che agisce sulla serotonina, un importantissimo neurotrasmettitore che regola non solo l’umore, ma anche il sonno e l’appetito, con conseguenze che possono essere letali anche con l’assunzione di una singola pasticca: il rischio di intossicazione acuta, con convulsioni, emorragie cerebrali, insufficienza renale acuta e danni permanenti al cervello è altissimo, se non si parla addirittura di morte.

Non ci sarà mai abbastanza dialogo su queste tematiche che, ancora oggi, sono viste e vissute come tabù. Quella della droga è una realtà spaventosamente diffusa e la via per il superamento di questo disagio sociale passa inevitabilmente per la divulgazione. Trattare in maniera superficiale questi aspetti tanto attuali quanto radicati profondamente non li rende meno reali. La cultura può salvare, ed è questa la nostra missione.

 

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