Perché ci piace giocare?

Di Carolina Niglio

Giocare a un gioco è lo sforzo volontario di superare ostacoli non necessari.”

Ma come spiegare questo desiderio?

Il gioco è un’attività ampiamente diffusa e, soprattutto, non esclusivamente infantile. Infatti, il gioco sta vivendo un momento di grande espansione tra gli adulti. Non si può nemmeno dire che il gioco sia un’attività umana, perché appartiene, anzi, proviene dal mondo animale.

Pensate a due scimmie: stanno facendo la lotta, ma alla fine nessuno si è fatto male davvero. Il morso e il graffio dati per gioco stanno ad indicare “non ti faccio male sul serio, stiamo giocando”. È così che Bateson, osservando anche i comportamenti animali, ha sottolineato come il gioco sia un’attività di meta comunicazione.

Che significa?

Che le azioni hanno un significato che va oltre i comportamenti che si osservano, a cui invece viene assegnato un significato non letterale, ma figurato, rappresentativo, simbolico.

La parola gioco ha un’etimologia particolare: deriva sì dal latino iocus, in origine “gioco di parole”, “scherzo”, ma il significato che gli diamo è quello di ludus. Bisogna, a questo proposito, fare una breve distinzione tra ludus e paidia: secondo Caillois il tipico atteggiamento giocoso, che permette di divertirsi senza grande impegno è la paidia, caratterizzata da tumulto e risata incontrollata. Per ludus, invece, intendiamo un momento di gioco serio rigorosamente regolato come, ad esempio, gli scacchi.

Ma, come dicevamo all’inizio, cos’è che rende l’uomo bisognoso di giocare?

L’Homo Ludens, introdotto da Huzinga in ambito antropologico, non ha nessun interesse fisico, o comunque non guadagna niente dal giocare se non un elemento culturalmente condivisibile. Si è arrivato infatti ad affermare che  “[…] la cultura sorge in forma ludica, la cultura è dapprima giocata. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo.

Ma i giochi stessi sono delle rappresentazioni: in essi si crea un mondo fittizio, dettato da regole, convenzioni e caratteristiche che lo distinguono dal mondo quotidiano, andando a creare il cosiddetto “cerchio magico”. In esso si hanno esperienze significative e si crea un senso di appartenenza a una comunità, proprietà su cui fanno leva i moderni videogiochi multiplayer.

Il gioco, dunque, è un’attività libera, esente da obblighi, separata e circoscritta in un tempo-spazio preciso, incerta, improduttiva, regolata, fittizia. Ma, soprattutto, risponde ad uno dei bisogni primari dell’uomo, che è quello di affiliazione, ossia la banale necessità di instaurare rapporti sociali, che trova un forte appagamento nell’attività ludica.

Ecco perché ci piace giocare.

 

 

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