Lee Krasner e Jackson Pollock: l’amore concreto e l’espressionismo astratto

di Sveva Di Palma

Le vite sono definite e scolpite da incontri. Attraverso le persone che entrano nelle nostre esistenze, possiamo cogliere occasioni, imbatterci in noi stessi, imparare ad identificarci. È precisamente ciò che è accaduto al pittore americano Jackson Pollock quando, nel 1936, ad una festa, pestò i piedi, ballando, alla sua futura moglie, nonché eccellente ballerina, Lee Krasner.

L’arte e l’amore sono spesso in reciproca armonia, due ali dello stesso gabbiano, due accordi di una stessa melodia. Il connubio tra Lee e Jackson ha sicuramente qualcosa di mistico, di metafisico; la loro unione ha un sapore di rivoluzione e di rivalsa, di parità e smantellamento degli stereotipi. Una relazione dal gusto femminista, se non fosse per come è deragliata nelle sue note finali.
Lee, nata Lenore, Krasner era una giovane pittrice brillante, avveduta, di principio. Il suo principio, egualitario e incorruttibile, era di sinistra, di rivolta. Un ideale ben definito, cocciuto e appassionato come colei che lo possedeva. Jackson Pollock, cupo e solitario contenitore di uno sfavillante estro inventivo, condivideva con la Krasner le idee filocomuniste e il talento incontenibile. L’unione di due creature così bislacche, riottose e propositive sembrava dipinta dal fato, concertata ad arte da una forza più alta e potente. Senza di essa il mondo potrebbe non aver mai saputo del dripping, della possibilità di cambiare prospettiva dello sguardo e tecnica nel dipingere un quadro, di poterci entrare dentro. Cosa sarebbe stato Pollock senza la sua musa, amante, amica, sorella Lee? Chi avrebbe visto oltre il suo guscio scostante? Chi avrebbe dedicato il suo tempo, la sua anima e il suo corpo alla causa di un uomo tremendo con dentro una creatività bruciante? Lee era la donna giusta al momento giusto, la sua sensibilità ha curato e allevato il più grande innovatore del Novecento americano. A scapito della propria stessa felicità e realizzazione professionale, come vedremo.

L’amore tra Lee e Pollock nacque ufficialmente nel 1942 (anche se, come abbiamo accennato sopra, i due si erano incontrati prima), quando s’imbatterono l’uno nell’altra alla mostra collettiva dell’artista bielorusso John Graham, a New York. La Krasner rimase basita e sconcertata dal potenziale comunicativo e rivoluzionario dei dipinti di Pollock, innamorandosi immediatamente dell’artista e dell’uomo. Jackson, dal canto suo, non poté resistere alle attenzioni di quella donna così giovane e volitiva, dalla spigolosa bellezza e grandi occhi vivaci. La donna prese per mano l’uomo, suo accudito e protetto, decidendo di stanare la rock star che era in lui. I temperamenti molto differenti dei due li portavano a forti alterchi ma era anche così che si completavano a vicenda e si stimolavano intellettualmente. Lee, espansiva e socialmente integrata, permise al suo compagno di entrare in circoli culturali e artistici dai quali il suo carattere schivo lo avrebbe altrimenti allontanato. Lee era la luce, il movimento, il conducente. Jackson era la luna, illuminata dal sole, splendente nelle sue venature bluastre e fredda luce. Questo, finché Lee non riuscì a insegnargli il valore della sua propria luce, altrettanto abbagliante. Nel 1945 si sposarono e restarono legalmente sposati fino alla morte di lui, nel 1956. Il loro matrimonio, nato sotto i migliori auspici di condivisione e passione, finì nel modo peggiore: Pollock morì in un incidente d’auto mentre guidava in stato di ebrezza, al suo fianco sedeva la giovane Ruth Kligman, amante del pittore da diverso tempo. Lee Krasner, privata del suo protégé e del suo amore, fu finalmente sola e libera, la sua arte raggiunse le vette più alte e l’espressività più immediata. Dopo la morte del marito, la pittrice iniziò a soffrire di insonnia e a scoprire la magia della pittura senza colore, senza luce: una pittura notturna. Finalmente, dopo aver trascorso un’esistenza a nascondere il suo talento per lasciare spazio al genio del consorte, la fantasia della donna scatenò tutta la sua aggressività. Donna, fiera, sirena, creatura multiforme. La Lee liberata è quanto di più ambizioso e su larga scala sia stato concepito da una donna negli anni di uno spudorato maschilismo. È arte pura, un’immaginazione selvaggia e asessuata, senza limiti comunicativi. Una creazione di totale e violenta indipendenza, un urlo straziato e straziante.

Eppure, non è forse questo un ultimo dono da parte del tormentato Pollock? Questo dolore da lui provocato, questo choc, non è forse la fonte della riscossa di Lee? Forse anche questo è un sintomo d’amore, per quanto oscuro, per quanto malato.
Il trauma dal quale nasce la bellezza. La ferita dalla quale passa la luce. Il primo passo verso la trasformazione e la fioritura. L’inizio di una nuova vita e di una nuova arte.

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