Pensami

di Benedetta De Nicola

E come due vecchi amanti,
forse,
almeno in grembo, ci siamo amati.

Mi hai rivolto uno sguardo immortalato, adesso, in una fotografia blu. Un becco e un viso. Il rosa delle guance e l’impercettibile melodia dell’amore che svanisce. Suona un’unica corda di violino e tra noi è finita. Le nostre strade divise dall’evento. Un’Etna che, in realtà, è Vesuvio. Catastrofe ambigua e un “saremo sempre insieme”. Mai fu così, te ne andasti quel ventisei settembre millenovecentonovantotto, sotto il sole o la pioggia, oggi non m’importa. So che apristi la porta bianca e un attimo dopo non c’eri più vicino a me, il becco era chiuso e il rosa delle guance trasparente. Ci ho fatto l’abitudine a quel ventisei settembre, l’ho visto e scandito e poi scoperto e poi, ancora, non ci ho mai più dormito sopra.

Ora tu non esisti, sei andato via per sempre, sei di un’altra donna, ma non sei di nessuno. Detieni tu il potere di te stesso, ma nessuno detiene il tuo amore, ami senza becco, ormai. Sei spento e distrutto, ma io non lo so e mai saprò se con me saresti stato diverso perché non sei mai stato mio e mi uccidi.

Mi uccidi quando ti svegli e non mi pensi, mi uccidi quando giochi a poker con la vita e perdi, perdi ancora e per sempre perché non ti serve null’altro che l’amore, ma se amore non hai mai saputo dare, in cambio non puoi ricevere. E allora io non so nemmeno se ti odio, non so cosa fai ora, probabilmente dormi nel buio delle tue ombre e se ti svegli, fatichi a vivere.

È stata colpa tua.

Se non avessi rotto qualcosa, se fossi rimasto con il tuo becco, oggi, magari, saremmo più sani, dormiremmo senza ombre, ma non saremmo gli stessi. Forse non saprei scrivere e tu non sapresti… non so cosa non sapresti perché io non so cosa ti piace mangiare, né cosa sei bravo a fare. Non mi hai lasciato entrare, mi hai dato la chiave della serratura sbagliata, ma non è stata colpa tua, il mazzo lo avevi perso tanto tempo fa, in Irpinia, su un monte, mentre correvi incontro alle tue peripezie.

E come due vecchi amanti,
forse,
mi hai amata, mi hai donato un nome o lo hai solo accettato con inerzia? Mi hai mai amata in vita? La tua polvere mi amerà mai?

Era un ventisei settembre millenovecentonovantamai e tu andasti verso la porta bianca, la apristi e non tornasti più indietro con coerenza, te lo concedo, mi lasciasti credere che lo avresti fatto, ma io non lo ricordo e quindi, adesso, preferisco inventarlo quel momento banale, l’attimo banale dal quale un uomo esce dalla tua vita e mai più fa ritorno, eppure, il tuo becco mi appare in sogno contornato dal blu della fotografia che è nascosta nei meandri di qualche cassetto.

E la corda di violino termina la musica, e la porta si chiude e ormai tu, come se nulla fosse, tiri dritto verso il futuro lasciando uno scricciolo seduto tra le costruzioni e le fisarmoniche,a terra, col culetto freddo e il cuore spezzato.

E se siamo stati amanti,
se mi hai amato,
almeno una volta,
caro papà, pensami stamattina.

Pensami.

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