Bianco come il silenzio

di Adele De Prisco

Suonano al campanello. Guardo l’orario e noto che sono solo le otto del mattino. Chi sarà mai a quest’ora?

Sono ancora in pigiama, così, prima di aprire, mi affaccio dalla finestra che dà sul pianerottolo di casa. Nonostante sia lunedì, nonostante mi abbiano svegliata presto, sono felice: è il corriere!

Corro giù e appena richiuso il portone apro il pacco: è l’abito di velluto blu che ho acquistato una settimana prima su internet. Finalmente! Adesso sì che la giornata inizia bene.

Vado in cucina, faccio colazione, mi infilo sotto la doccia e indosso il nuovo vestito. È un abito molto semplice: è corto fin su al ginocchio, ha delle bretelle sottili e una scollatura a collo tondo. Lo indosso senza trucco e con i miei tacchi preferiti. Fa troppo caldo, posso evitare di portare la giacca.

Mi sento bene, sono felice. Con questo nuovo acquisto mi sento bella, femminile, a mio agio e stranamente sicura di me.

“Dovrò fare più acquisti di questo genere!”, penso, ma forse penso male.

Esco da lavoro che è già buio, così corro a prendere la metro sperando di trovarla ancora aperta. Non mi va di fare tutta quella strada a piedi.

Arrivata alla fermata noto che ad aspettare ci siamo solo io, un signore sulla quarantina che, da com’è vestito, sarà appena uscito anche lui da lavoro e una coppia di innamorati. Dato l’orario, mi viene quasi il dubbio sulle corse, così, chiedo a questo tizio:

“Mi scusi, sa, per caso, tra quanto passa la prossima metro?”. Lui, gentilmente, mi risponde che sarebbe sicuramente passata a breve. Gli sorrido e lo ringrazio. Noto che ha una fede al dito e penso che quella doveva essere una donna fortunata.

Mi accomodo su una panchina, in attesa, i tacchi iniziano a farmi male. Dopo un po’, si accomoda accanto a me anche il signore. In attesa della metro scambiamo quattro chiacchiere parlando del più e del meno: del tempo, dei mezzi sempre in ritardo, del lavoro. Era così gentile che non ci avevo visto nulla di male.

Dopo qualche minuto di silenzio mi fa dei complimenti sui miei occhi dicendomi che non ne aveva mai visti di così belli e che con quel vestito, blu come loro, risaltavano ancora di più. Lo ringrazio freddamente e penso che quella donna, forse, non era così fortunata.

Mentre controllo il mio orologio per vedere l’orario, noto che i suoi occhi scivolano sulle mie gambe, insistenti, spostandosi su tutto il mio corpo. Faccio finta di nulla ma, lui continua, i suoi occhi continuano. Mi alzo mostrandomi infastidita e noto che la coppia di innamorati è andata via. Siamo solo io e lui. Credo di avere paura. Lui si alza, lo percepisco dai suoi passi che sento avanzare verso di me. So che mi sta guardando ancora, sento il suo sguardo percorrere tutta la mia schiena senza pudore, senza vergogna. Chiudo gli occhi e mi domando perché non ho messo un jeans, delle scarpe basse, qualsiasi cosa che potesse nascondere il mio corpo. È quasi dietro di me, lo sento… Ma ecco la metro, finalmente.

Entro e mi assicuro di sedermi in un vagone che sia lontano da lui. Controllo, pericolo scampato. Sto meglio, credo.

La metro si ferma, scendo alla mia fermata. Allungo il passo ma quegli occhi li sento ancora addosso. Mi aspetta all’uscita. I suoi occhi sono compiaciuti, io sono schifata, lo ignoro e vado per la mia strada. Ma lui mi segue, mi guarda, sorride, sento ancora un complimento che non mi piace, ancora qualcosa sul mio vestito. “Se svolto l’angolo non dovrebbe più vedermi”, penso. Mi affretto, giro l’angolo col cuore in gola, tolgo i tacchi e inizio a correre in preda alla paura che potesse seguirmi, che chissà cosa sarebbe successo dopo.

Improvvisamente quest’abito sembra starmi stretto, sembra stringermi, sembra soffocarmi. Non mi sento più a mio agio, non mi sento più bella, femminile e sicura di me. Mi sento sporca, mi sento violentata, mi sento triste, mi vergogno maledettamente. Mentre corro penso che non è giusto che io debba avere paura in questo modo. Mi sento trattata come un oggetto. Qual è la mia colpa? Forse i miei occhi? Le mie gambe? Il mio nuovo vestito? O forse il fatto di essere donna? Possibile che debba avere paura e vergogna di indossare quel che voglio? Quel che mi fa stare bene? Possibile che debba uscire da lavoro e debba avere paura di ritirarmi tardi da sola? È possibile che debba avere vergogna del mio corpo? Ma soprattutto, è possibile che io debba avere paura di essere donna?

Corro, non ce la faccio più. Finalmente trovo il portone di casa. Apro, entro, la paura mi fa scoppiare in lacrime. Adesso sono al sicuro.

disegno di Alberto Matteo Marotta 

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