The Neon Demon

di Grimaldi Maria Cristiana

Giochi di specchi, allegorie fotografiche e sangue vivo convergono nella pellicola del 2016 di Nicolas Winding Refn in cui Los Angeles è la città dei demoni, una selva oscura, colorata da tonalità fredde, come gli occhi di chi la abita, cui contrastano quelli luminosi della protagonista, Jesse.

In The Neon Demon il focus dell’autore è puntato sul mondo artificioso della moda, sui suoi spazi bruti e patinati che strangolano e mortificano la vera vita, quella imperfetta, in nome di un ideale supremo: la bellezza oggettiva.

“La bellezza non è tutto, è ogni cosa”.

Come Lynch in Mulholland Drive mette in scena, nella stessa città, il contagio vizioso hollywoodiano con il suo fascino seduttivo e distruttivo delineando così la sua critica feroce all’industria del cinema, qui si dipinge senza speranze, come su uno specchio ghiacciato con un rossetto rosso, il mondo delle passerelle e dei set fotografici che sembrano annullare le figure esili delle modelle. Tutto il film sembra un enorme museo delle cere, fatto di lunghi silenzi e figure immobili. Poche scene di azione, lasciano spazio alla contemplazione plastica e fotografica animata dall’elettronica cadenza della musica.

Questo squarcio si apre a quello di una novizia, sedicenne, ingenua, vergine quasi calata nella selva e sulla scena con un meccanismo teatrale, come un manzo in una gabbia di predatori. Jesse, la donna angelo, o la ragazzina, con quella luce speciale nei suoi occhi attira, in modo pericoloso, la fame e l’invidia. Sembra quasi che il sangue finto con cui viene presentata all’inizio del film, mentre si lascia fotografare, attiri metaforicamente attorno a sé squali inebriati dal profumo e dal gusto ferrigno.

Ma come si uccide un angelo?

C’è bisogno di una trasformazione che effettivamente avviene grazie alla figura mistica del triangolo capovolto presentato in due colori, prima blu poi rosso: il demone del Neon. Attraverso questo allegorico prisma, la sua personalità viene rifratta, scissa, persuasa ad aderire senza cognizione alla schiavitù della carne perfetta.
Sembra quindi che il passaggio dalla purezza a questo mondo infernale, passi attraverso questa allucinazione, che deriva dalla mente di Jesse, ormai consapevole del suo potere e della sua pericolosità.
Priva di lucide difese e inebetita di egocentrismo contemplativo, si ritrova da sola contro le tre donne che dall’inizio, hanno cominciato ad annusare, ognuna a modo proprio, la sua succulenta purezza. Tre fiere infernali, come la lonza, il leone e la lupa, messe oggettivamente in scena attraverso veri felini, uno vivo e due imbalsamati, spietate e votate alla superficialità, alla perdizione, alla vanità, al successo.
Come le tre teste di Cerbero, lacerano e divorano la protagonista, attirandola nella casa che ricorda una di quelle dei film di Dario Argento. Dove classico e moderno si uniscono, questa abitazione in collina sovrasta la grande città e i suoi palazzi, lasciandoli dietro di sé come uno sfondo inutile, perché tanto è qui la porta per l’oltre-mondo infernale, almeno per Jesse, il luogo in cui un angelo caduto, trova la sua fine dopo essersi ripetutamente specchiato lungo il suo cammino, regalando così ai demoni la sua immagine speculare, il suo doppelganger .

Oltre l’immagine, quello che dona alle tre è la propria carne viva, agonizzante, sangue giovane che possa consentire alle comuni mortali una giovinezza perpetua, che non passa attraverso il bisturi. Quella luce che la ragazza ha trascinato con sé lungo questa strada buia, bolgia in cui non possono sopravvivere quelle poche anime che ci mettono piede, è stata letteralmente inghiottita.

Ma chi lo dice che un corpo demonico possa sopportare la perfezione?
Due fiere muoiono rigettando ciò che avevano ingerito con bramosia, come un organismo che non tollera un trapianto, una trasfusione.
Solo la lupa, la più pericolosa, ottiene ciò che vuole: quell’aurea lucente che la distingue finalmente da tutti gli altri manichini grigi e vuoti che abitano le passerelle, consumandole con i tacchi sottili e a loro volta consumate dagli sguardi famelici e dai flash.
Passa così da animale plumbeo, scarno e anonimo a bellezza fiera e profonda, creando un ibrido di imperfezione e divinità, un abominio fascinoso che Dante non avrebbe mai postulato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi