Quando una moda prende piede

Di Ilaria Arnone

In occidente, in quanto ad oppressione, le donne ne hanno viste tante. Per quanto riguarda il vestiario, uno dei simboli della condizione della donna fu certamente il corsetto indossato nel 1800. Esso poteva provocare problemi alla respirazione e recare danni agli organi interni. Riuscite a immaginare qualcosa di peggio? Beh, si può affermare che l’utilizzo della fasciatura dei piedi in Cina possa essere altrettanto discutibile.

La fasciatura dei piedi era meglio conosciuta con il nome “Loto d’oro” o “Giglio d’oro”, a causa dell’andatura oscillante, che le donne assumevano a causa di questa pratica. Ma in cosa consisteva? In una parola: chanzu (avvolgere i piedi) o guozu (impacchettare o bendare i piedi). Prima di ciò i piedi venivano lavati e cosparsi di allume, successivamente si piegavano le quattro dita dei piedi sotto la pianta e veniva inarcato il collo del piede. Avveniva perciò, una vera e propria malformazione del piede. Doloroso? Direi proprio di sì, ma la cosa affascinante è ciò che i piedi fasciati rappresentano.

In contesti sociali più agiati la fasciatura avveniva già nei primi anni di vita, nelle campagne, invece si aspettava che la ragazza raggiungesse l’età da marito, poiché in quegli ambienti servivano sempre braccia e gambe forti per lavorare la terra.

La letteratura ci insegna che la qualità dei piedi piccoli fu sempre apprezzata anche nella Cina antica, per cui si pensa che la pratica fosse presente già dal IV secolo a.C. È indubbio, però, che soltanto sotto la dinastia Song (960-1279) i piedi fasciati vennero riconosciuti come simbolo di bellezza e femminilità. Dalla sublimazione di un gusto e un’attenzione prettamente maschile nei confronti dei piedi piccoli delle donne, si passa a prendere questo “rito” sempre più seriamente nel corso dei secoli, anche dalle donne stesse. Era importante, in senso pratico, che la donna avesse difficoltà a deambulare, così da essere dipendente dall’uomo e di non aver bisogno di utilizzare i propri piedi per sopravvivere. Una donna con i piedi non fasciati non aveva alcuna possibilità di trovare marito, ed è per questo che la tradizione diventò propria della civiltà cinese e si tramandò da madre in figlia per lunghissimo tempo. Avere i piedi fasciati significava essere donna a tutti gli effetti e non solo: era anche segno di civiltà, una civiltà prettamente cinese che permetteva di distinguersi dalle popolazioni straniere. La donna, con i suoi piedini nelle scarpette ricamate, dimostrava inoltre di avere autocontrollo e di possedere una certa dignità ed eleganza.

Disumano? Aberrante? Pensatela un po’ come vi pare. Indubbio è che più della pratica in sé è affascinante analizzare l’impatto che ebbe sulla società e il fatto che divenne motivo di vanto per una Cina imperiale che nutriva un indubbio orgoglio per sé stessa. Con l’avvento dell’età moderna dei primi anni del ‘900 le cose iniziarono a cambiare. Eppure, nemmeno il primo editto per l’abolizione della fasciatura riuscì a far abolire questa pratica. D’altronde i sacrifici e le sofferenze che accompagnarono le donne per raggiungere questo canone di bellezza non poteva essere vanificato da un giorno all’altro! In seguito, però, con i movimenti capitanati dagli intellettuali e ancora con l’ascesa di Mao al governo, la pratica venne ritenuta indegna, simbolo di una Cina vecchia e antiquata, una Cina ormai da dimenticare. Inoltre, per Mao, la lotta di classe non poteva vedere certamente una distinzione tra uomo e donna: tutti dovevano perseguire l’obiettivo.

La fasciatura, dunque, vide il suo tramonto intorno agli anni ’50, lasciando un segno indelebile nella storia della Cina: con le sue contraddizioni e brutture, resta una delle tradizioni più affascinanti e controverse di questo paese.

 

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