The Handmaid’s Tale: una distopia non così lontana

Di Carolina Niglio

 

Una signora canadese spazza via le foglie degli alberi fuori casa sua mentre di lì passa il suo vicino, Sam, che le suggerisce di non farsi vedere troppo con la scopa di saggina in mano per non alimentare la sua fama di strega cattiva del quartiere: quella donna era Margaret Atwood, e la sua risposta fu «la paura ispira più rispetto dell’ammirazione».

Lei è l’autrice del romanzo del 1985, The Handmaid’s Tale, in italiano il Racconto dell’Ancella, diventata una serie Hulu nel 2017, dall’idea di Bruce Miller. Nota ancor di più per il successo della serie (con candidature agli Emmy Awards e ai Golden Globes), è in realtà autrice di molti altri romanzi che girano intorno ad un tema principale: una generale preoccupazione per la civiltà occidentale, soprattutto in riferimento al rapporto con il potere.

“Meglio non significa mai il meglio per tutti […] Ma sempre, per alcuni, significa il peggio.”

Questa frase, presa dal romanzo che stiamo trattando, può sembrare scontata ma è anche piena di significato se iniziamo a vedere il potere in occidente così come lo tratta la Atwood.  Gli “alcuni” che vengono nominati sono, in questo caso, come anche in altre sue opere, le donne. Lungi da essere un racconto “femminista”, la stessa autrice afferma che le sue opere non vengono mai mosse da attivismo politico.

La sua è una semplice trasposizione narrativa di un dislivello esistente tra donne e potere. Infatti, nonostante il Racconto dell’Ancella sia ambientato in un futuro distopico, non ci sembra in realtà così lontano e leggerlo o guardare la serie, oggi ancor di più degli anni della sua uscita, ci fa intendere perfettamente il riferimento all’attualità.

Nel romanzo ci troviamo alla fine del ventesimo secolo, quando la grande potenza americana, progredita e libertaria, è stata spazzata via da una teocrazia totalitaria. Il cambiamento, però, non è stato improvviso. La Terra è devastata dall’inquinamento radioattivo e chimico e la crescita è pari a zero: il potere viene lasciato in mano ai singoli stati. Negli Stati Uniti, a seguito del golpe, si insedia un regime totalitario teocratico di ispirazione biblica, la “Repubblica di Galaad”.

A Galaad, tutte le donne, in un modo o nell’altro, sono assoggettate al potere, che è prerogativa degli uomini. Le mogli dei capi, che sembrano le più libere, in realtà obbediscono al loro marito e a tutte quelle regole create in modo arbitrario dalla lettura della Bibbia per mantenere in piedi questo Stato fittizio. Esistono poi le “nondonne”, donne non fertili o troppo anziane per essere ancora utili nei lavori più umili, e ancora le “Marte”, ovvero le serve.

Ma la condizione già degradante, sia fisicamente che emotivamente, è proprio quella dell’ancella: la protagonista, che in quanto tale perde il suo vero nome e quindi la sua identità, viene ribattezzata Difred (ossia “di proprietà di Fred”, il suo comandante), è in casa al solo scopo riproduttivo, in quanto tra le ultime donne americane ancora fertili. Moglie, marito ed ancella sono coinvolti in rituali che assumono la forma di veri e propri stupri. A giustificarli è proprio un passo biblico:

«Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!».

Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?».

Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei».

Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei.»

In questo mondo, però, non solo le donne devono rinunciare a se stesse, ma anche gli uomini, in nome di un bene non tangibile.

In un articolo di marzo sul New York Times (https://www.nytimes.com/2017/03/10/books/review/margaret-atwood-handmaids-tale-age-of-trump.html), la stessa autrice ripercorre il processo che l’ha guidata alla realizzazione del romanzo, dove afferma che il Racconto dell’Ancella è femminista, se per femminista si intende esprimere la condizione di un umano così come dell’altro; è antireligioso, se la religione porta con sé un forte patriarcato.

Esso non è una previsione, perché nessuno può fare delle profezie, ma un’ “antiprevisione”: infatti, il racconto, per come è strutturato, fa intendere che, se tutti i personaggi si fossero resi conto dei piccoli segnali esistenti, la degenerazione si sarebbe potuta evitare. Come dice la Atwood “Se il futuro può essere descritto in dettaglio, forse non accadrà”.

 

 

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