Vincent: autoritratto di genio e sregolatezza a Spaccanapoli

di Francesca Eboli

Nella cornice pittoresca di una location d’eccezione – l’A’mbasciata, salotto letterario dal fascino bohémien nel cuore di Spaccanapoli – ha preso vita Vincent – o come l’uomo si dissolve nel tempo pur restando impregnato nella specie, un corto teatrale interpretato dal giovanissimo Valerio Lombardi e scritto dalla drammaturga Sharon Amato.

Primo dei tre spettacoli in calendario del nuovo format “Aperiarte”, ciclo di incontri concepito per restituire al pubblico le indimenticabili storie di figure dal fascino controverso, Vincent si addentra nella tortuosa psiche di van Gogh, un animo tormentato, un escluso dalla sensibilità borderline incapace di piegarsi ai dettami del conformismo borghese, noto nell’immaginario collettivo per la sua natura di genio-pazzo.

Una fioca luce verde avvolge lo spazio in un’atmosfera quasi allucinogena dalla scenografia scarna, essenziale – una spettrale natura morta fatta di vino, frutta e tubetti di colore – che trasuda inquietudine e caos, lo stesso caos viscerale che Vincent grida, maledice e abbraccia in un monologo delirante, drenato dalla sua emotività visionaria. Sono trenta minuti di densa riflessione solipsistica e schizofrenica, in cui il protagonista tracanna avidamente vino per poi passarselo tra i capelli e annusarlo, come un idolo a cui aggrapparsi, unica certezza a cui consacrare un’esistenza turbolenta e incerta. Lurido e ubriaco, si scaglia contro un tessuto sociale da cui si sente irrimediabilmente tagliato fuori, contro un pubblico incapace di apprezzare le pennellate violente del suo realismo paesaggistico e di empatizzare con il suo misticismo religioso, un orientamento che gli impone un contatto sincero con la propria interiorità e una partecipazione piena della natura divina.
Ripercorre i traumatici scambi con un padre che lo vuole socialmente inquadrato e ancorato alla volgarità dei beni materiali, svilendo così il suo talento nella prigione asfissiante dell’ordinarietà, una prigione che l’attore costruisce artigianalmente intrecciando uno spago nello spazio vuoto di una cornice di ferro.

Ci racconta il miracolo della natura osservando con stupore infantile una mela, mostra con fierezza i rozzi visi dei mangiatori di patate da lui ritratti, la meravigliosa ritualità delle azioni più semplici nel loro farsi, la bellezza degli umili, dei lavoratori instancabili e dimenticati. La performance si conclude con una mistica congiunzione tra Vincent e l’arte, suggellata da colature di colore lasciate sgocciolare sul viso, sul corpo, in una sorta di bagno catartico che purifica e lava via il morbo ossessionante della pazzia.

Valerio Lombardi, intervistato a fine spettacolo, racconta di aver interiorizzato l’irrequietezza del pittore visitando, la scorsa estate, i luoghi del suo frenetico vagabondare, la natura aspra e selvaggia delle amatissime campagne francesi ed Auvers-sul-Oise, il villaggio dove van Gogh trascorse l’ultimo anno della sua vita. Spiega quanto lo studio dei suoi capolavori e la lettura approfondita della corrispondenza epistolare con il fratello Theo –  un vero e proprio “lessico familiare” risultato fondamentale per ricostruire la parabola esistenziale dell’artista – siano stati efficaci per penetrare i dissidi interiori del pittore, comprenderne le concezioni artistiche e scrivere il testo dello spettacolo. Ma, soprattutto, confessa di aver intravisto, in questo animo incompreso, la stessa frustrazione del giovane artista contemporaneo, a cui, troppo spesso, non vengono concessi spazi per promuovere la sua arte dignitosamente, impedendo di fare del proprio talento un mestiere con cui guadagnarsi da vivere. Da qui la scelta coraggiosa del giovane attore – di ritorno da un periodo di formazione a Los Angeles – di scuotere le coscienze dei passanti  proponendo la sua arte in strada, con un apposito menù di monologhi a scelta, interpretati su richiesta in base ai gusti di spettatori casuali.
È un modo alternativo e provocatorio di avvicinare la gente al mondo del teatro e del cinema, una missione urgente e rivoluzionaria in tempi così frenetici, in cui difficilmente si è disponibili all’ascolto e poco ci si presta alla comunicazione emotiva.

Mentre si racconta,Valerio cerca di scrostare la vernice dal viso, come a volersi scrollare di dosso l’espressività cupa e invadente che per settimane ha abitato il suo viso, poi corre a farsi una doccia, ma lo vedremo prestissimo cambiare di nuovo pelle. Prossimo appuntamento con Fabrizio de Andrè, il terzo no spoiler, sará una sorpresa, e noi ci saremo per scoprirlo.

 

Foto di Dario Salvatore

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