RiFestival: studenti in campo per un altro mondo

di Federico Mangione

#Savethedate: dall’11 al 14 aprile a Bologna andrà in scena la terza edizione di RiFestival. Una quattro giorni di incontri su sei ambiti: antropologia, economia, scienze politiche, filosofia, storia e comunicazione (clicca qui per il programma completo). Per l’occasione noi de La Testata – Testa l’informazione siamo partner stampa e per capire meglio di cosa si tratta e come è nato, abbiamo intervistato Federica Rizzi, Fabiola Simona Girneata e Sara Parolini che sono tra gli organizzatori del festival.

Buonasera ragazze, vi ringrazio per la vostra disponibilità. Comincio subito col chiedervi: cos’è RiFestival?

“RiFestival è un festival multidisciplinare, nato dall’idea di un gruppo di studenti universitari uniti da anni nella promozione e nella realizzazione di eventi culturali e momenti di aggregazione, partendo dall’esperienza, tre anni fa, del Festival dell’Antropologia – Bologna. L’evento è promosso dall’associazione Rete degli Universitari e dall’associazione culturale bolognese Un altro mondo è possibile ed è realizzato grazie al lavoro volontario di studenti provenienti da tutta Italia. RiFestival vuole essere un’occasione di confronto e dibattito che abbatta i muri universitari per raggiungere l’intera cittadinanza. Pensiamo infatti che, svestita dagli abiti accademici, l’università possa offrire spunti culturali per creare un terreno di incontro tra città, abitanti, e ambienti dedicati alla cultura. Vogliamo dare risalto a punti di vista spesso trascurati dal dibattito mediatico mainstream contemporaneo, proponendo alla società civile una molteplicità di prospettive e suggerendo di praticare nel quotidiano curiosità e condivisione.”

Siete alla terza edizione del festival e siete riusciti a coinvolgere numerosissime personalità di spicco del mondo culturale, economico e politico. Come avete messo in moto questa macchina?

L’esperienza di RiFestival nasce, appunto, dalla volontà e dall’impegno di un gruppo di studenti universitari dell’Ateneo di Bologna. Tutti gli aspetti di questo festival, dalla scelta dei contenuti alla realizzazione della logistica, sono frutto di un’organizzazione volontaria e partecipativa di diversi incontri e riunioni organizzati tra ragazzi afferenti a diversi corsi di laurea. Siamo partiti con antropologia, ma già dall’anno scorso abbiamo aggiunto storia, scienze politiche e comunicazione. Quest’anno abbiamo invece coinvolto ragazzi di economia e filosofia. Le discipline interpellate sono molte, ma il Festival rimane uno: il nostro intento è proprio affrontare e decifrare la quotidianità sotto più punti di vista.”

In tutto questo, l’Università di Bologna, come istituzione, vi ha appoggiati?

Le prime due edizioni del nostro festival sono state realizzate attraverso il contributo dell’Ateneo di Bologna, grazie al riconoscimento della Rete degli Universitari come facente parte del bando delle associazioni studentesche. Più che l’Università, però, ci teniamo a ringraziare la Scuola di Lettere e Beni Culturali, la quale ci ha fornito gli spazi per svolgere le nostre iniziative. Quest’anno abbiamo provato a buttarci e a creare qualcosa di totalmente libero e allo stesso tempo gratuito, in modo da cercare collaborazioni con case editrici e diverse associazioni culturali che operano sul territorio bolognese e regionale. Nonostante tutto, l’Università di Bologna ha continuato a sostenerci e a offrirci gli spazi accademici per noi essenziali nella riuscita di un festival che cerca di raggiungere la cittadinanza ma che allo stesso tempo è realizzato da e per gli studenti.”

Siete attivi nella rappresentanza, avete creato questo festival. Ci raccontate quindi il vostro modo di vivere l’università e come, eventualmente, dovrebbe cambiare?

“Il nostro modo di vivere l’università dipende molto da quella che è la nostra visione di come questa dovrebbe essere. Nel nostro piccolo cerchiamo di farci spazio creando quello che è il nostro ideale di università: un luogo di dibattito, analisi critica, e crescita comune. Un luogo inclusivo, aperto al dialogo con la cittadinanza e non uno scrigno di saperi chiuso in se stesso. Crediamo nel valore del sapere condiviso e nel modo di fare cultura dal basso. Per questo motivo non ci siamo lasciati soffocare dalla burocrazia sterile, ma abbiamo lasciato andare la nostra immaginazione creando questo festival che è la giusta sintesi fra spontaneità e serietà. Il fatto che il festival sia stato realizzato solo grazie all’aiuto di studenti volontari, che si sono impegnati sin dall’inizio, è la dimostrazione di tutto ciò in cui crediamo: orizzontalità, trasparenza, inclusione, partecipazione, apertura verso ciò che ci circonda senza chiuderci dentro la nostra conoscenza, per renderla fruibile e accessibile alla comunità. Abbiamo iniziato a piccoli passi, e stiamo realizzando quello che per noi è un altro modo di vivere l’università, crediamo che un’altra università sia possibile, ma siamo dei sognatori, sogniamo in grande: siamo certi che anche un altro mondo sia possibile!”

Tantissimi gli ospiti che hanno deciso di partecipare. Avete trovato un entusiasmo maggiore nella partecipazione per il fatto di esservi messi in gioco come studenti che vogliono creare un luogo di dibattito?

Assolutamente. Inizialmente non è stato facile far comprendere per via telematica chi siamo e cosa c’è dietro a questo grande progetto. Con il tempo e il passaparola siamo riusciti a farci conoscere e a farci capire, anche grazie all’entusiasmo che ci contraddistingue.

Di lì a poco gli stessi ospiti ci contattavano con quasi lo stesso entusiasmo, essendo arrivati a comprendere l’importanza e l’unicità di questo progetto. È giusto ricordare che gli ospiti in questi anni hanno sempre presenziato ricevendo solo un rimborso sulle spese di viaggio e molti altri addirittura a titolo completamente gratuito. Non è scontato fare divulgazione e cultura gratuitamente, impiegando il proprio tempo, anche se per qualcosa in cui si crede. Ringrazieremo sempre chi ha creduto in noi e ancora rimaniamo stupiti quando accade l’opposto: molti ospiti, partecipanti ma anche singoli volontari, ci hanno ringraziato per averli resi parte di questa esperienza.”

Perché queste sei categorie e avete intenzione di aggiungerne altre nei prossimi anni?

In realtà pensiamo sia doverosa una premessa al riguardo: queste categorie disciplinari le vediamo più come dei grandi contenitori, variabili e alle volte anche un po’ limitanti. Sono categorie che derivano principalmente dagli ambiti di studio di noi volontari. Ogni gruppo si dedica alla costruzione del programma del proprio settore disciplinare e, grazie a delle riunioni congiunte, riusciamo poi ad avere una visione complessiva del programma che a quel punto diviene multidisciplinare, diviene RiFestival. Eppure anche le singole categorie disciplinari sono molto labili: già dal primo anno infatti, antropologia vedeva tra i suoi ospiti anche sociologi come Marzio Barbagli o personaggi di spicco come Mimmo Lucano. Così, per tornare alla tua domanda, perché no?! Il nostro intento è quello di comprendere la realtà sotto molteplici punti di vista. Più discipline, esperienze e pareri differenti riusciamo ad avere tra noi, più è possibile uscire arricchiti da ogni incontro o conferenza.”

Avete creato una campagna di finanziamento su produzioni dal basso. Volete dire qualcosa a chi ci legge per convincerli a partecipare all’iniziativa?

RiFestival è molte cose, tra cui esperienza che noi come studenti facciamo fuori e dentro l’università e che cerchiamo di trasmettere con la nostra energia. La campagna di finanziamento serve anche a questo, a far sì che questo momento collettivo possa continuare a vivere e arricchire chi decide di farne parte, sia da organizzatore sia da semplice spettatore, così come a poter rendere chiunque parte di questo grande progetto attraverso ogni tipo di contributo. Ringraziamo pertanto chi ha creduto e continua a credere in noi. Ringraziamo l’Università di Bologna, gli enti che hanno offerto i propri spazi, tra cui Scuderie e il Teatro Comunale di Bologna, e le associazioni che gentilmente hanno offerto la loro collaborazione nella realizzazione del progetto. Ringraziamo i volontari, senza il cui aiuto saremmo persi, e i ragazzi della Rete che mettono a disposizione tempo e passione. Un ultimo ringraziamento va a La Testata per questa grande opportunità. Grazie e ricordate: libertà è partecipazione.”

Non mi resta, allora, che ringraziarvi per questa intervista e per l’opportunità di collaborare a questo evento che speriamo di poter contribuire a diffondere e a far conoscere. Buon lavoro e ci vediamo al RiFestival 2019!

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi