Le nere pitture di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”

di Ilaria Aversa

 

Alla fine del XVIII secolo, mentre Canova realizzava le sue eteree ed imperturbabili statue in marmo, Francisco Goya dava vita ad un’opera di grande valenza simbolica e tutt’altro che serena, ovvero “Il sonno della ragione genera mostri”, un disegno preparatorio per un’incisione della serie “Capricci”.

L’angosciante bozzetto, sebbene perfettamente in linea con la volontà neoclassica del tempo di non raffigurare scene ricche di pathos, rappresenta un uomo addormentato, forse lo stesso Goya, dal cui sogno vengono generate figure spettrali, animali della notte, fra i quali spiccano gufi, pipistrelli ed una lince dagli occhi sbarrati posta sulla destra.
Il fitto ricamo d’inchiostro nero crea delle zone d’ombra molto accentuate, ricalcando la sensazione di terrore che si percepisce durante un incubo.

Il significato di tale opera è racchiuso proprio nel suo nome: quando la razionalità degli uomini si addormenta – viene offuscata, potremmo dire, dalla furia ceca delle proprie passioni – altro non può essere generato che eventi negativi e disperazione.
L’essere umano è incline al cedimento verso le sue sfaccettature più nascoste, quelle legate al senso di potere e distruzione, e questa sua tendenza ha sfociato, quasi sempre, in guerre e lotte di supremazia.
Non è un caso infatti che, più di cent’anni dopo, Pablo Picasso riprenderà proprio il concetto espresso da Goya per la realizzazione della sua Guernica, opera che raccontava il tragico bombardamento dell’omonima cittadina spagnola avvenuto nel 1937.

Bisogna restare vigili e non permettere che l’irrazionalità prevalga: questo è il messaggio che l’artista cerca di mandare tramite la sua allegoria.
Anticipando le teorie di Freud sulla tematica dei sogni e della volontà del proprio inconscio, Goya pone un vero e proprio manifesto per evitare, fin quanto possibile, che avvengano catastrofi che possano portare solo desolazione.
Uno slogan quanto mai attuale che si ripete dall’inizio dei tempi. Sembra che gli abitanti del mondo intero stiano dimenticando, nel corso dei secoli, la loro più grande attitudine: quella di restare umani.

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