Campioni si nasce o si diventa?

di Federico Mangione

 

Lo sport non è solo salute. Con il passare degli anni è diventato sempre più un business, una macchina in cui investire che fornisce un enorme ritorno in visibilità. Ma cos’è che rende così coinvolgente ogni sport? Beh, la risposta è semplice: i campioni che lo praticano.

Ogni sport ha il suo simbolo: pensi al calcio e nomini Maradona, al tennis e pensi a Federer, al basket ed ecco che ti appare nella testa Michael Jordan. Ogni simbolo è tale perché è stato un campione nella sua disciplina. Ma cos’è un campione esattamente e come si diventa tali?

Se nel medioevo era colui che, in rappresentanza di qualcun altro, partecipava ad un duello, nello sport moderno si è arrivati ad identificare questa figura con quella dell’atleta che eccelle in una determinata disciplina. A questo punto, però, viene da fare un’altra distinzione. Il campione, a mio modo di vedere, non sempre è un fuoriclasse (nel senso di una persona dotata di una tecnica fuori dal comune) e, stando a ciò, possiamo evidenziare due tipi di atleti: chi campione nasce e chi lo diventa.

Prendendo degli esempi, qualcuno che ha avuto la fortuna di nascere campione è, senza ombra di dubbio, Roger Federer. Potrei restare a guardare il tennista svizzero giocare per ore – come effettivamente mi capita spesso di fare – senza annoiarmi mai. Usa la racchetta come fosse un tutt’uno col suo braccio ed è capace di colpi che anche solo a pensarli sarebbe difficile, muovendosi sempre con un’eleganza che spesso fa avere la sensazione che stia volando sul campo.
Ugualmente, nel nuoto, Federica Pellegrini è un’atleta che in acqua è dotata di quella stessa eleganza e purezza nei gesti che Federer mostra sull’erba di Wimbledon.

Ma non possedere una classe divina, non significa non poter competere a livelli altissimi e vincere, vincere e vincere ancora. Il lavoro paga e, magari, non essere dotati di una formidabile tecnica, non significa non possedere delle doti atletiche altrettanto disumane che permettono di ovviare alle carenze tecniche, soprattutto nello sport moderno, dove il fisico e la fisicità contano sempre di più.
L’esempio in questo caso è, sempre nel mondo del tennis, Novak Djokovic. Il Serbo è soprannominato “l’uomo di gomma” non a caso: è dotato di una potenza, di una resistenza ma, soprattutto, di una coordinazione tale da arrivare su quasi ogni palla e da costringere il suo avversario a dover giocare sempre alla perfezione per batterlo e spesso non basta neanche.

Tornando in acqua, invece, è impossibile non menzionare il nuotatore e – a mio modesto parere – l’atleta più forte di tutti i tempi: Michael Phelps. Il “kid” di Baltimora ha dominato le Olimpiadi di Pechino stabilendo il record di otto (OTTO) medaglie d’oro vinte in una singola edizione dei giochi, a cui se ne sommano altre quindici tra Atene, Londra e Rio, che lo rendono l’olimpionico più titolato di sempre e mi fermo qui con il palmares, a dir poco imbarazzante. Michael Phelps non è stato propriamente un “esteta”, ma guardarlo nuotare significava vedere in azione la potenza pura, l’intelligenza motoria fatta persona.
Quello che dunque fa la differenza tra un atleta e un campione è, in primis, la testa.

Essere il migliore in uno sport equivale molto spesso a dover attuare scelte difficili o azioni fuori dagli schemi e per fare una cosa del genere c’è bisogno di un’importantissima componente psicologica: l’autoefficacia.
Questo termine è stato coniato dallo psicologo canadese Albert Bandura ed indica:
“le convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati”.
In parole più semplici: più ti senti capace, più hai possibilità di rendere in quello che fai. Questa capacità è alimentata da diversi fattori, vediamoli tutti:

1. Le esperienze personali: aver affrontato positivamente ostacoli nel passato produce degli effetti positivi anche nel futuro.

2. L’esperienza vicaria: aver visto i propri simili raggiungere un obiettivo attraverso l’impegno e la perseveranza ci fa da esempio e ci aiuta.

3. La persuasione: contrariamente a ciò che si può pensare, anche convincersi di farcela ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi.

4. I propri stati emotivi e fisiologici: non tutto lo stress è negativo, dipende da come lo percepisci! Le persone con un forte senso di autoefficacia tendono a percepirle positivamente, spesso incrementando la propria “energia”.

Queste componenti, sempre secondo Bandura, rendono più efficaci la persona in quanto regolano i processi cognitivi, le motivazioni, i processi di scelta e i processi affettivi. Dunque, entriamo un attimo nella mente di un campione mettendo in relazione quello che abbiamo appena descritto.

Un campione è colui che mentalizza, immaginandosi vincente e sa quali azioni operare.(processi cognitivi).
Un campione è colui che è motivato abbastanza da portare avanti la giocata; chi si demoralizza, perde. (motivazioni).
Un campione è colui che ammette anche di essere più adatto per ricoprire, ad esempio, un ruolo piuttosto che un altro. Sa scegliere ed è consapevole che la scelta che farà sarà coerente con quello che saprà dimostrare. (processi di scelta)
Un campione è colui che sa mettersi in gioco e non si fa vincere dallo stress, anzi, vince lo stress! Vivere negativamente situazioni in cui l’ambiente esterno richiede un grande sforzo, porterebbe solo ad una disfatta. Il campione sa di essere abbastanza autoefficace sia per vincere sia per accettare la sconfitta.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi