“Nessuno si salva da solo”

di Marianna Allocca

Nessuno si salva da solo è un film del 2015, diretto da Sergio Castellitto, basato sull’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini. Un film drammatico che racconta la storia di una coppia tormentata. I due ruoli principali sono interpretati da Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, affiancati anche da Roberto Vecchioni. Sergio Castellitto ha diretto per la terza volta un film basato su un libro della moglie Margaret Mazzantini.

Delia, biologa nutrizionista, e Gaetano, sceneggiatore di programmi televisivi, entrambi separati da poco tempo, si danno appuntamento una sera in un ristorante, per organizzare le vacanze dei loro figli. Con apparente disinteresse l’uno per l’altra, parlano della loro situazione e dei  figli Cosmo e Nico, i quali vivono con Delia, mentre Gaetano alloggia in un residence. L’incontro, in realtà, è una scusa per rivivere tutta la storia della loro vita: la formazione della loro famiglia, il loro amore, le incomprensioni e l’incompatibilità che li hanno portati a separarsi. Potremmo parlare di un vero e proprio viaggio nella memoria dei due protagonisti, rappresentato attraverso l’uso di flashback molto frequenti. Così facendo, il presente scivola continuamente nel passato in modo naturale, fluido. La loro conversazione dà l’idea di una lotta per la supremazia, un match fra due ex coniugi pieni di rabbia e di risentimento, per di più su un ring inequivocabilmente radical-chic intorno a cui si aggirano cameriere dalle pance perfette e dai sederi piccoli e alti.

Questa scena, seguita da molte altre, immerge lo spettatore nel dolore vivo del disfacimento di una storia d’amore, inizialmente felice. Nella vicenda c’è una verità di fondo, una genuinità d’ispirazione anche dietro il più scontato dei cliché che viene raccontato: la famiglia e le sue conseguenze. Allo stesso tempo, vi è la volontà del regista di scavare nella rabbia e nella frustrazione contemporanee senza mai indietreggiare. Inoltre, troviamo la tendenza all’urlo e alla concitazione trafelata, ovvero i segni più frequenti di ogni crisi reale. Come per i pensieri e per la vita stessa non esiste un ordine cronologico, non ci sono spiegazioni razionali. C’è l’emozione, la rabbia, l’insofferenza, sottolineate da movimenti rapidissimi.

All’inizio, lo spettatore osserva la poesia contemplativa di un matrimonio sulla spiaggia, per poi catapultarsi in quel piccolo appartamento disordinato del Villaggio Olimpico, in cui si sommano l’irrequietezza di una donna borghese, la quale fa i conti con l’anoressia, ancora una volta. Dall’altra parte, Gaetano semplice e superficiale, un uomo che un po’ si vergogna di due genitori che cantano a squarciagola “1950” di Amedeo Minghi. Due opposti che si attraggono, i quali danno vita all’apoteosi di un amore, fino al suo ultimo respiro, fino ad accantonarlo, seppur vivo, reale. Quell’amore ingenuo, vergine e passionale che ti salva, ti tira fuori dal tunnel dell’anoressia, dal divorzio dei genitori; quell’amore che ti libera dai tradimenti di una madre, la quale ogni sera non sa con quale bottiglia di liquore festeggiare il suo caos interiore. Poi arriva il matrimonio che, per quanto possa essere un argomento stereotipato, travolge tutto. Sottrae all’amore quel senso di spensieratezza, del sesso concesso ovunque, ma al tempo stesso, smaschera i difetti e l’incompatibilità. Alla fine cosa succede? Iniziano i tradimenti e i figli restano lì a guardare inconsapevoli, forse, di quanto i loro genitori si siano amati davvero.

“Come sarebbe stato se avessimo continuato?” Da qui, quella conversazione a cena, l’attimo in cui i due protagonisti sottolineano i loro rapporto basato solo su uno sporco mantenimento di soldi. A quel punto, viene fuori la consapevolezza che l’amore non è tutto in un matrimonio, ma nonostante le mille vicende, loro si amano. Gli occhi di Gaetano e soprattutto di Delia parlano chiaro dopo un pianto struggente, avvolto da un senso di fallimento. Inutile parlare dell’incontro con la coppia dei due anziani felici, Vito e Lea, malgrado il cancro e loro perdite. Loro simboleggiano uno spiraglio di luce, un Dio che mette in risalto i veri dispiaceri della vita rispetto alle cose superflue, effimere. Pregare per questa vita e, magari, ricominciare. Successivamente, lo spettatore avverte un nodo alla gola: tutta colpa del finale accompagnato dalla canzone di Dalla La sera dei miracoli, in cui Delia ritorna ad avere fame, mentre Gaetano, spensierato e leggero, fa ritorno a casa, voltandosi per un attimo verso il passato che porta il nome della donna che gli ha sconvolto la vita. In fondo, entrambi si sono salvati. Infine, i due ex coniugi sono i testimoni di un messaggio che il regista vuole diffondere: di solitudine si muore lentamente, mentre dove c’è condivisione, c’è salvezza.

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