Sogno di una mattina di inizio primavera 

di Adele De Prisco

Sono le sette del mattino. La metropolitana corre e io con lei. Riesco a prenderla per un soffio. Sono così stanca. Ho preso il caffè ma come sempre l’ho bruciato. Ho la bocca amara e la gente si butta addosso, di prima mattina poi. Mi reggo con la mano al sostegno. Mi sento sbattere a destra e manca e allo stesso tempo soffocare per la troppa gente e per la mala gestione del servizio. Vorrei non essere qui. Chiudo gli occhi per un attimo.

Civico numero uno. I miei ricordi stamattina iniziano con un numero, una strada in un vicolo di una città troppo grande per conoscerla tutta e una casa su al terzo piano con un ascensore accessibile solo a chi dei condomini aveva partecipato ai lavori e chiaramente il mio all’epoca padrone di casa se ne era tirato fuori. Così, alla fine di ogni giornata, tornavo in quel vicolo che non era certamente come quelli di Napoli, aprivo il portone principale ed entravo nel cortiletto del palazzo dove la prima cosa che notavo erano le biciclette appese alla parete arancione. Io non c’ho mai appeso nulla. Prendevo le prime scale sulla sinistra. Scale basse, in pietra scura, quasi rotte e consumate. Salivo su per tre piani con la spesa, i libri delle volte troppo pesanti, le balle d’acqua, bagnata dall’acquazzone improvviso, incazzata per la giornata storta, con le valigie troppo piene di un rientro felice, con la colazione e la pizza per cena presa dall’egiziano dietro l’angolo.

Passavo uno o due pianerottoli con il fiatone e finalmente arrivavo al mio portone. Casa mia era in mezzo ad un’anziana signora con un gatto così carino e così sporco e un’allegra coppia di vecchietti che non sempre apprezzavano il casino che possono fare degli studenti universitari. Ma il mio momento preferito era questo: quando inserivo la chiave nella serratura, la giravo delicatamente e aprivo il portone poggiando immediatamente i piedi su quel finto parquet di una cucina troppo piccola. In quel preciso momento mi sentivo bene. Ero a casa. Facevo sempre un bel respiro prima di entrare, come se in quel modo potessi scrollarmi da dosso il peso di giornate storte. Posavo subito lo zaino o le buste della spesa sul tavolo da pranzo e mi addentravo in quello che, collegato da un open space, era il nostro salottino. Altro posto preferito. Mi piaceva perché mi ricordava quello di casa mia, giù al mio paese troppo lontano all’epoca. Al centro della stanza c’era un divano ad angolo enorme, color grigio scuro, un tavolino dell’Ikea nero, una tv abbastanza grande per rincretinirmi il cervello davanti a programmi inutili e un balcone dal quale mi affacciavo più volte durante le giornate di riposo che, affacciandosi direttamente sul vicolo, girando la testa a sinistra, ti lasciava intravedere già la strada principale. Ci passavo intere giornate su quel divano. Mi portava a casa anche solo per pochi minuti. Mi faceva sorridere anche se d’estate era troppo caldo e dovevo metterci un lenzuolo per evitare il contatto diretto con la pelle. Tutto lo stress della giornata lo lasciavo su quei cuscini che hanno ascoltato lunghe chiacchierate, studio disperato e tante dormite. Poi correvo a farmi la doccia in un bagno che era così piccolo che delle volte facevi difficoltà a far tutto. Ci ho messo un po’ ad abituarmi ma alla fine anche lì ci stavo bene. Sotto quella doccia ci lavavo tutte le lezioni universitarie, l’inchiostro sulle mani, ci attutivo le voci dei professori che mi risuonavano in testa, le preoccupazioni per un futuro che all’epoca non immaginavo neppure e avevo una così grande paura. All’epoca ero una ragazzina, continuavo a studiare, a sbattermi tra casa ed università ma delle volte mi sembrava di correre alla cieca. Che cosa sarà di me dopo questi anni? Cosa farò? Sarò felice? Sarò soddisfatta? Varrà a qualcosa tutto questo? Quando potrò permettermi una casa mia? Quando potrò farmi una famiglia? Farò carriera? Sarò una brava madre? Ecco, tutte queste domande che nel corso della giornata mi assillavano io le zittivo entrando in quella casa. E quando alla fine andavo a dormire stanca e affannata da giornate troppo pesanti su quel soppalco adibito a camera da letto, mi sentivo sicura e persa allo stesso momento. Erano i miei anni più belli in una città che non avrei più dimenticato e in una casa che conserva ancora le mie risate, le telefonate di ore con mia mamma, le cene con gente che chissà se rivedrò più, il sudore sui libri, la puzza di troppe sigarette consumate e l’ansia per gli esami. C’ho lasciato amori dagli occhi azzurri e vaffanculo silenziosi. Non era casa mia ma lo sarà per sempre.

Cara casa numero uno, volevo dirti che alla fine ce l’ho fatta. Che alla fine il futuro è arrivato e io non me ne sono neppure accorta. E adesso mi trovo su questa metro, piena di gente che non conosco, per andare a lavoro sognando di te ad occhi aperti. Il futuro è arrivato e tu mi manchi insieme a degli anni pieni di paure e domande che infondo non smetterò mai di pormi.

La metro si ferma. Scendo. Mi siedo alla scrivania ma non per studiare. Il ricordo mi ha fatta sorridere. Prendo un caffè, questa volta non bruciato e riapro definitivamente gli occhi.

 

Foto di Iolanda Pazzanese

Soggetto: Mina Mainiero 

 

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