Behind a painting: l’amore celato nella Primavera di Botticelli

di Ilaria Aversa

Durante una toccata e fuga nella mia amata Firenze, ho avuto l’occasione di rivisitare gli Uffizi per la seconda volta. Essendo stato riorganizzato, il museo risulta adesso suddiviso per stanze, ad ognuna delle quali è stato assegnato un artista, rendendo il tutto più ordinato e, a mio parere, anche più piacevole dal punto di vista di chi visita. E mentre passeggi davanti ad una “Maestà” di Giotto e di un meno conosciuto Duccio di Buoninsegna, passando fra tutte quelle pale d’altare, tempera ed oro su tavola, ecco che il sacro lascia il posto al profano, e che compare Lei, una delle opere più significative della Storia dell’Arte: la “Primavera” di Botticelli.

Ci si sente piccoli di fronte ad un’opera del genere, ai colori, ai dettagli. È una bellezza eterna, che procura una morsa allo stomaco tant’è l’emozione di poterla guardare a così pochi passi da te, te che non puoi far altro che rimanere totalmente rapito dal suo splendore.

Ricca di significati allegorici, in molti conoscono la sua lettura ideologica, con i personaggi che sembrano voler raccontare una vera e propria storia. Scandisco nel dettaglio la scena, mi godo le sfumature tenui ed i contorni morbidi. Sento quasi di conoscere uno ad uno i protagonisti della vicenda. Sotto i miei occhi che sembrano vittima di un incantesimo, ammiro Zefiro, vento primaverile, abbracciare e rendere sua la ninfa della terra Clori, che rinasce da questa unione come Flora, personificazione della Primavera stessa. Vestita di fiori e con un volto dai lineamenti forti, essa risulta di una bellezza atipica, in totale contrasto con la serafica dea Venere, racchiusa in una mandorla di rami di mirto.
Sulla sinistra, tre grazie ballano intrecciando le loro mani con tenerezza, mentre il dio Mercurio è intento nello scacciare le nubi con il caduceo, strumento utilizzato per rendere il cielo limpido e privo di intemperie.
Ed il racconto sembra essere terminato, il mito concluso. Ma ci si sbaglia. C’è di più.

È qui che solitamente l’occhio dell’osservatore passa a guardare altrove, noncurante di ciò che realmente si nasconde dietro la ricchezza della scena: vi è infatti un altro personaggio posto in alto, perpendicolare al capo della Venere, ovvero un piccolo e paffuto Cupido bendato, pronto a scoccare una delle sue frecce verso la centrale delle Grazie.
Quest’ultima sembra volgere lo sguardo in direzione del dio Mercurio, facendo addirittura pensare che dietro quegli occhi si celi un’attenzione particolare. Quel singolare gioco di gesta e sguardi ha da sempre interessato gli storici affinché si potesse trovare un parallelismo nella vita reale, al di fuori del dipinto. Da qui, le mille ipotesi che si sono susseguite negli anni, fra cui una che vorrebbe vedere nella figura di Mercurio nientemeno che Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico, deceduto prematuramente durante la congiura dei Pazzi del 1478.

Ed ecco che il giardino delle Esperidi così sapientemente descritto da Botticelli sembra divenire lo scenario di una segreta vicenda amorosa, rendendoci partecipi degli avvenimenti e lasciandoci inebriati dai profumi di quella flora così variegata. Infatti, la Grazia, colta quasi in flagrante ad ammirare il suddetto amante, dovrebbe essere una popolana fiorentina innamorata del giovane e corrisposta, una musa dell’artista stesso, di cui l’identità rimane però a noi sconosciuta. Si racconta che il loro amore non fosse accettato dall’importante Signoria di Firenze, visto il basso tenore di vita di lei, una semplice cittadina.

Altre fonti confermano che il quadro sarebbe stato commissionato dallo stesso Giuliano per la nascita di suo figlio Giulio, avuto da un matrimonio segreto con una certa Fioretta Gorini, e questo spiegherebbe la forte somiglianza fra il giovane ed il dio dipinto.
La datazione ci procura però qualche dilemma. L’opera è infatti datata 1498 e per questo, ricordando la morte del Medici avvenuta ben vent’anni prima, molti critici hanno ipotizzato che sia stata iniziata come omaggio al piccolo Giulio, futuro papa Clemente VII, e poi riciclata per le nozze di due esponenti della nobiltà del tempo, Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici e Semiramide Appiani.

Tutte supposizioni, certo, che portano però a guardare con occhi diversi e forse anche un po’ più commossi quei personaggi che sono sempre stati considerati di contorno, “riempitivi”, rendendoli più reali ed umani, vicini al nostro modo di interpretare i sentimenti e reagire ad essi, rimanendone talvolta schiacciati.
Una storia d’amore nascosta dietro la celebrazione dell’humanitas filosofica e letteraria, fatta d’intensità pura spennellata su tavola: questa è la grandezza di Sandro Botticelli.

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