Corso clown: desidero e vivere una vita in libertà e leggerezza

di Raffaele Iorio

Per La Testata – Testa L’Informazione ho partecipato al corso di clown organizzato dall’associazione culturale Mama Heyoka ma non vi racconterò nulla.

Ci sono cose che acquistano un valore maggiore se restano intime, un po’ come succedeva da piccoli quando con il proprio amichetto del cuore si condividevano un numero imprecisato di segreti, il mondo intorno ignorava ad eccezione di voi due, si creava un legame davvero speciale.

Per questo motivo non racconterò nulla, o quasi, dei due giorni di corso clown organizzato dall’associazione Mama Heyoka presso la sede de A’Mbasciata.

In merito, però, ci terrei a partire dalla fine.

Eravamo in cerchio intorno ad un fuoco immaginario, mentre ognuno tra le mani stringeva un pezzo di carta in cui aveva scritto tutte le etichette con cui si era distinto fino ad allora. Per chi avesse voluto ci sarebbe stata l’opportunità, almeno simbolicamente, di lanciare tutto nel fuoco e invocare il nostro “Io idiota” affinché non ci si dimentichi mai del lato clownesco che ognuno di noi si porta dentro. Questo perché spesso le etichette ci vengono imposte dalla società e lasciarsi andare alla follia può salvare.

Così ascoltando le storie dei miei compagni mi è venuta in mente un’immagine precisa: vivere la vita appieno è un po’ come sfrecciare svelti, raggiungendo velocità sempre più elevate – poco alla volta i contorni di ciò che ci lasciamo alle spalle iniziano a sfumare, finché, agli occhi di chi ci guarda, diventiamo anche noi indistinti. Quella sera, messi a nudo, eravamo così sfocati da non permettere a nessuno di inquadrarci in contorni fissi. Eravamo invisibili ai pregiudizi della ragione ma ben percepibili al cuore.

Per me questo ha significato abbandonarsi all’euforia clownesca, vivere nella tempesta per poi ritornare più limpidi. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma e in questo cambiamento ho trovato il punto di unione di tutti noi.

Eravamo persone con una grande guerra interiore. Ognuno con la propria battaglia nella crisi è rinato. Lo stesso ci accomunava agli organizzatori.

Marco è nato nell’arte, ci ha tenuto a dire che la nonna è stata una poetessa quotata, in un paese che di arte ha ancora poco. Così ha vissuto con disagio il vivere le proprie passioni perché toglievano tempo alle cose concrete. Lo stesso Manuel che bloccato nell’etichetta di persona intelligente ha seguito una strada che non era la sua, per uniformarsi a quell’idea si è laureato in medicina, ma un moto interiore inspiegabilmente lo corrodeva. Lo stesso Luca, oggi artista di strada, dopo essersi laureato in fisica ha deciso quale fosse il suo futuro.

Così è ben distinguibile l’anello di congiunzione di tutti noi, quell’insofferenza che si è risolta nell’arte e loro, più specificamente, propongono la filosofia del clown.

“Ben presto mi accorsi che questa decostruzione folle aveva per me uno scopo terapeutico, a casa ero sempre irascibile. Il clown è il bambino interiore perché, non ha pregiudizi: un bambino a tre anni non capisce di politica, di religione, non ha paura della morte. Allo stesso modo è una figura molto zen, guarda i problemi dall’alto, giocando ad interpretare più ruoli e tornare sempre se stesso”. (Marco)

Se nell’immaginario collettivo il clown è finito per essere sempre più associato a un’entità negativa, da buffone fino a personaggio che inquieta, Manuel ci tiene a sottolineare che loro abbracciano la filosofia del heyoka, una figura molto importante nella comunità indigena americana. Il pazzo è colui che attraverso il disordine crea equilibrio, colui che se tutto va male ti conforta: “tranquillo va bene, ci sono io”.

Mama perché amiamo prenderci cura con le stesse attenzioni di una madre”.

“Succedeva che in ospedale arrivava tanta gente, ma tu non capivi davvero quelle persone. Se sei un po’ sensibile, quelle realtà ti distruggono, così finivo io per prendere le pasticche, era la metafora della mia vita. Usare la scena per far vedere i tuoi blocchi mentali-emozionali e trasformarli in ciò che vuoi è come lanciare un messaggio al tuo subconscio, se non ci riesci finisce che pensi “ca**o, sbloccati, nemmeno sono cose tue”. Facciamo ciò per far sì che le persone accettino se stesse, perché anche se è successo qualcosa di brutto fa parte di noi”. (Manuel)

Ben lungi da ogni pretesa di verità, il corso di clown rappresenta una mano amica per risollevarsi o restare ancora un po’ giù insieme, tanto nessuno ci giudica. Lo suggerisco caldamente a tutti coloro che si trascinano per il mondo con il peso di un vuoto interiore incapaci di trasformarlo in bellezza. Siate curiosi di scoprire le tante iniziative simili che si organizzano nei vostri paraggi.

Infine una testimonianza mi va di raccontarla: eravamo ancora intorno al fuoco quando poche semplici parole mi hanno scosso.

“Da oggi desidero e vivere la vita in libertà e leggerezza”. (Anonimo)

 

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