Chi sono Giulietta e Romeo per noi?

di Silvio Fornacetti

Dove si collocano Giulietta e Romeo in questa società in cui – per restare a Bauman – anche l’amore ha perso la sua forza titanica, mitologica, ed è divenuto liquido, precario come tutte le cose del mondo? 

Chi sono Giulietta e Romeo per noi?
Questi due giovani sono davvero così inevitabilmente lontani dalle nostre vite?
C’è qualcosa o qualcuno per cui saremmo disposti a sacrificare tutto? Che cosa saremmo disposti a fare per vivere il nostro amore?

Ed il nostro tempo presente è proprio il mondo liquido di cui parla Zygmunt Bauman, una società sotto assedio in cui tutto sembra precario, provvisorio, mutabile, senza certezze e senza rassicurazioni, dove tutto scorre veloce e su un unico binario: quello della fruibilità.

L’amore non muore sicuramente mai quando è per il teatro.

L’amore e il teatro, la passione dei corpi e quella del palcoscenico: è tra questi poli soltanto che oscilla, come in uno spazio senza tempo,il mito di Shakespeare quello che rappresenta per l’attore e lo spettatore. Quasi fosse l’esito di una felice ossessione, ed è forse naturale che sia così, e che in quella loro ineffabile capacità di determinare le esistenze si celi un nucleo incandescente di perenne, incrollabile sollecitazione emotiva.

Il teatro ci ha consentito di vivere “in un tempo aggiuntivo”, di aggiungere “tempo alla vita che ci abbandona”, ma soprattutto di non avere paura di considerare desueto un sentimento immutabile ed eterno. È una sicurezza che traspare dalle parole antiche ed educate pronunciate da Giulietta verso Romeo, quando seduta al centro di una scena vuota e inondata di luce diffusa, contempla per lunghi istanti di assoluto silenzio il pubblico, le braccia aperte in un gesto che è resa incondizionata e sfida, attesa del giudizio sovrano affidato allo spettatore e tacita provocazione. È l’arte stessa a richiedere ai suoi discepoli di immergersi a capofitto nelle pieghe della vita, di farsi sommergere dalle sue debordanti contraddizioni: il teatro “si nutre dell’arte di bere”, “si accorda all’arte di vomitare”, “è fatto di tutta una quantità di sciocchezze che bisogna mandar giù”. In una paradossale e significativa torsione di un teatro che è parola più che azione, sembra affidare al corpo e ai suoi segreti una felicità possibile; «bisogna amare».

Amore e teatro si sovrappongono e si confondono: ed è quasi una liberazione e una salvezza, paragonando la bellezza della vita “alle sciocchezze che siamo stati capaci di fare in teatro”.

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