Micah P. Hinson, il folk tra amori perduti e apocalissi varie

di Sveva Di Palma

Micah Paul Hinson è un cantautore trentasettenne di Memphis, Tennessee.
“…and that’s about it”, direbbe lui. La sua presentazione al pubblico del Largo Venue di Roma – dove si è esibito l’11 dicembre in una tappa del tour promozionale per il nuovo album Micah P. Hinson and the Musicians of the Apocalypse – è stata poco più eloquente di così.

Niente orpelli, niente edulcorazioni. Solo Micah.

Vedere Micah P. Hinson muoversi su un palco, seppur di dimensioni ridotte come quello del Largo Venue, è straniante, incongruente. Qualcosa non torna. “Sarà l’addetto ai microfoni” hanno affermato in molti mentre lo osservavano agitarsi ed aggirarsi tra chitarre e cavi. La sua figura è svelta ed esile; avvolto in una camicia (troppo larga) a quadroni rossi e neri, incoronato da un capellino verde pisello, con la visiera calata su un volto letteralmente nascosto da enormi lenti da vista, sembra incompatibile con l’immagine evocata dalla sua voce.
C’è chi, tra l’audience, teme di aver sbagliato serata, o ancora di aver fatto un lampante errore a recarsi al concerto di questo semisconosciuto statunitense dall’aspetto dimesso, da tecnico del suono imberbe più che da star. Il tramestio inquieto della folla è comprensibile, se non condivisibile. La copertina, si sa, è parte integrante del libro, checché se ne dica.

Ed è su questo punto che il sapiente, auto-consapevole Hinson gioca. Lancia ai suoi dubitanti spettatori un amo, aspettando che abbocchino per poi sbigottirli e colpirli, mostrando loro di averli battuti.
Micah non si introduce subito, tergiversa, suona la sua chitarra elettrica. L’attenzione non è reclamata, per lui, ma assodata. La sua presenza sul palco è sufficiente. Con innocente, infantile boria Micah invade il campo visivo e la vita di chi lo guarda, violentandola con i suoi piccoli tic, i suoi irrinunciabili “vizi” (tra i quali giganteggia, in tutta la sua baldanza, il fumo), i suoi abiti bizzarri e azzimati al contempo. Ogni gesto, ogni passo, ogni interludio di parlato tra un pezzo e l’altro è parte di un intelligente copione che prelude all’esplosione di energia con cui Micah finalmente abbandona ogni affettazione e maschera per cantare se stesso. Singing your heart out, così definiscono gli anglofoni questo tipo di performance, di brivido, di emozione.
Letteralmente, traduciamo in italiano “cantare fuori il proprio cuore”. Ecco ciò che succede, non appena il fragile, pallido Micah avvicina il microfono pericolosamente a quelle sue labbra sottili, così abili nel distorcersi convulsamente a ogni nota, a ogni parola proferita. Il cuore parla attraverso la voce. Ci racconta una storia di una tormentata relazione con una donna bellissima e crudele (quasi una dark lady shakespeariana), del suo abbandono, del “giorno in cui il texas affondò nel mare” (traduzione letteraria del pezzo The day Texas sank to the bottom of the sea), di un incidente che ha privato l’artista delle sue leste mani per quattro anni, di un padre bigotto, di una dipendenza dagli oppiacei, di un atavico e latente desiderio di vita infestato dall’onnipresente spettro della morte. Micah si contorce, si arrabbia, risponde male a coloro che, dalla platea, richiedono a gran voce i loro pezzi preferiti. “I know what I am doing”, protesta il cantante. Lui sa cosa sta facendo. A 11 anni componeva già, che ne sapete voi. Il bambino ribelle nel corpo dell’adulto scalcia, canta. La voce da baritono, triste, narrante, tipica del folk-blues dylaniano e post dylaniano si combina con un groove di filiazione Delta Blues.
Un uomo così piccolo con una voce così grande, un contenitore così precario per un dolore immenso; impossibile che non debordi, che non inondi tutto ciò che incontra nel proprio fluire, durante il proprio corso. La voce lunare, cupa di Micah racconta un dolore profondamente americano, quasi ereditario, endogeno, preliminare. La malinconia di quelle note è stata già di Bob Dylan, di Johnny Cash, di John Denver. Ogni pezzo porta con sé una storia di tragedie secolari, di mitologie introiettate e tramandate, di deserti rossi e strade vuote, come se si ripetesse in un loop avulso dallo scorrere del tempo. Micah soffre, noi con lui, l’America piega il proprio fiero, riottoso corpo di paese padrone e si arrende alla bellezza rotta di un uomo di 58 kg.

Micah Paul Hinson è bravissimo, impreciso, scomposto. Talvolta stona, talaltra dimentica. Esattamente come me, mentre scrivo questo articolo. Cancello, sbaglio, ripenso, correggo. L’arte non è perfetta, il fatto che possa esserlo o diventarlo è una vetta, ma non è solo lì che si individua ed esaurisce il suo valore. La musica, la letteratura e la pittura sono linguaggi con cui muoversi nel proprio e altrui mondo delle emozioni, un tuffo nel puro sentire. Il processo e l’imperfezione, il dietro le quinte, la fragilità dietro lo show è Arte.
Micah compenetra abilità e flusso di coscienza senza vergogna, denudandosi a noi e facendoci sentire nudi a nostra volta. La sua impudica irriverenza ci spoglia della nostra alterigia, della mania di controllo, siamo svestiti e brutti. Ed è assolutamente bellissimo.
Bellissimo.

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