Le 10 manie e paure dei grandi autori del passato

di Alessia Miranda

Se pensiamo ai grandi scrittori e ai poeti del passato, subito ci vengono in mente esponenti solenni, colti e dotati di un certo spessore sia intellettuale che artistico, motivo per cui li reputiamo sempre come figure irraggiungibili, auliche, quasi impeccabili, dimenticando però che prima di essere quello per cui sono passati alla storia, sono stati persone comuni, dietro la cui grandezza si celano numerose fragilità, paure e manie esattamente come le nostre.
Ebbene sì.
Anche i “grandi” del teatro e della letteratura erano imperfetti. E proprio le loro imperfezioni, li hanno resi estremamente vicini a noi.

CHARLES DICKENS
Era un vero e proprio maniaco dell’ordine, tanto da rifiutarsi di scrivere in una stanza se i tavoli e le sedie non fossero stati al loro posto o se tutto intorno a sé non fosse stato perfettamente allineato.

EDGAR ALLAN POE
Provava una profonda paura per il buio sin da piccolo.
Questa che, però, potrebbe sembrare una paura comune ha, invece, un’origine molto singolare: il suo professore di matematica era solito tenere le lezioni all’aperto, precisamente in un cimitero confinante con il collegio.
Ad ogni bambino, infatti, veniva assegnata una lapide, dalla quale avrebbe, poi, dovuto ricavare l’età del defunto sottraendo dall’anno del decesso quello della nascita.
Inoltre, da adulto, Poe riuscì ad ottenere il permesso di sposare sua cugina Virginia Eliza Clemm, di soli 13 anni, suo amore di tutta una vita e con la quale rimase sposato fino al 1847, anno in cui lei morì.

TRUMAN CAPOTE
Era talmente superstizioso, da raggiungere quasi livelli maniacali.
L’autore di “Colazione da Tiffany” aveva, ad esempio, l’abitudine di non iniziare nessun lavoro di venerdì, di non chiamare nessun numero di telefono che avesse al suo interno il numero 13 e di non lasciare nel posacenere più di tre mozziconi di sigaretta.

GABRIELE D’ANNUNZIO
Era solito presentarsi ai banchetti solo dopo aver già mangiato, così da non dover mostrare a tutti la sua brutta dentatura di cui si vergognava molto.

ALEXANDRE DUMAS
Aveva l’abitudine di usare fogli di carta di diversi colori, a seconda dei generi. Più precisamente utilizzava: fogli blu per i romanzi, rosa per le poesie e gialli per gli articoli.
Era fermamente convinto che questa distinzione cromatica portasse fortuna a qualsiasi cosa scrivesse.

FRANZ KAFKA
Viveva in maniera costantemente conflittuale il rapporto con il proprio corpo esile e smunto, al punto da ricorrere a qualsiasi tipo di “trucco” alimentare, perfino quelli più estremi.
Il più assurdo, per esempio, fu quello di masticare un boccone ben 45 volte prima di ingoiarlo.
Oltre a ciò, Kafka fu noto anche per la sua particolare sensibilità, tanto che un giorno, a scuola, per confortare una bambina che aveva perso la sua bambola, cominciò a scrivere per lei alcune lettere firmate dalla bambola stessa, in cui le diceva che si era allontanata perché voleva realizzare il suo sogno di andare in giro per il mondo.

VIRGINIA WOOLF
Ispirandosi alla sorella pittrice, solita a dipingere in piedi, anche Virginia, verso gli ultimi anni della sua carriera, decise di scrivere le sue opere nella stessa posizione, munendosi di una tavoletta di compensato su cui aveva attaccato penne e inchiostro per avere sempre a portata di mano ciò di cui aveva bisogno, senza interrompere la sua ispirazione.

OSCAR WILDE
Durante gli anni della sua giovinezza, superò una serie di ardue prove per conquistare la giovane Florence Balcombe, figlia di un importante colonnello.
La sua conquista amorosa, però, venne intralciata da Bram Stoker, l’autore di Dracula, che riuscì ad ottenere la mano della ragazza, la quale accettò la sua proposta pur di non trascorrere tutta la vita con un uomo che non l’avrebbe mai amata davvero in quanto omosessuale.

GIACOMO LEOPARDI
Durante i suoi anni napoletani, andava matto per i taralli dolci di Vito Pinto, un noto pasticciere locale che, grazie al denaro speso dal noto poeta per soddisfare la sua golosità, si dice abbia ottenuto un titolo nobiliare.

VITTORIO ALFIERI
Pur essendo un assiduo lettore, durante i suoi studi non riusciva a resistere alle tentazioni alle distrazioni provenienti dall’esterno.
Fu proprio per questo motivo che era solito farsi legare alla sedia dal suo cameriere per un numero prestabilito di ore, entro le quali avrebbe dovuto portare a termine la sua sessione di studio o scrittura.

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