Permettete un pensiero poetico su Bellavista?

Una fotografia di Napoli che non sbiadisce mai, che serve a far conoscere la città a tutto il mondo e, a chi ha già visto il film, a innamorarsene ancor di più.

Il titolo della pellicola di Luciano De Crescenzo, che nasce come romanzo (scritto nel 1977 dallo stesso autore del film, uscito nel 1984), è un chiaro riferimento a Così parlò Zarathustra. Nel testo di Nietzsche, il Profeta scese dalla montagna per portare saggezza all’umanità, arrivando al mercato; se sostituite il Profeta con Bellavista, professore di filosofia in pensione, si ha lo stesso risultato, sempre al mercato, tra “autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate” e “originali Bialetti senza omino”.

Così parlò Bellavista è una di quelle rarità cinematografiche che prende vita e si riversa nella realtà da cui ha preso linfa. Come il civico 106 di via Foria, dove cinematograficamente risiede il professore: tu ci passi, e sai che lui è ancora lì, anche se per davvero non c’è mai stato.

Perché nel libro, e poi nel film, c’è tutta Napoli.

C’è la poesia, che parte da subito, prende Salvatore Di Giacomo e arrabbiata lo storpia, nel bel mezzo del traffico veicolare. Una poesia che, nonostante l’ingorgo “a croce uncinata”, rimane tale.

C’è la tradizione popolare, racchiusa nella metafora di una bottiglia di pomodoro fatta in casa, dura a morire (ma con la carta dei quotidiani e non dei settimanali, altrimenti “si schiattavano”), anche davanti ai pomodori del supermercato, emblema della modernità del tutto e subito, perché quelli del supermercato “sono pomodori che non abbiamo conosciuto di persona”. Tradizione che è solo una scusa per rimanere ancora tutti assieme, intorno a un tavolo pieno di pomodori di Nocera, “però Inferiore”.

C’è l’antica arte dell’arrangiarsi, fatta di venditori di bare a rate e registi che dirigono cabine per fototessere, di portieri, sostituti dei portieri e dei vice dei sostituti dei portieri (“senza parlare di Garibaldi, il pappagallo, che sa il nome di tutti gli inquilini del palazzo”).

C’è il secolare scontro tra Nord e Sud che, nel buio di un ascensore bloccato, tra candeline e panettone (“un panettone di questi tempi?”) alla fine si trasforma in incontro. E si arriva alla conclusione che “si è sempre meridionali di qualcuno”.

C’è l’intera umanità, distinta in base alle proprie abitudini igieniche, fatta di uomini di libertà che si fanno la milanesissima doccia, veloce e pratica, e di uomini d’amore che preferiscono il bagno perché è “un incontro con i pensieri, un appuntamento con la fantasia”. Ma anche dei cosiddetti “uomini d’onore”, di mafiosi, come Core n’grato, un po’ esattore goffo e panciuto, che chiede il pizzo ma allo stesso tempo di non fargli paura perché porta un peace-maker e potrebbe essergli fatale, un po’ camorrista senza scrupoli, che però abbassa gli occhi (per un attimo, ma lo fa) davanti al monito del Professore: “ma tutto sommato, nun facite ‘na vita ‘e mmerda?”. Le parole che fanno la differenza. O la faranno, prima o poi, e questo Napoli lo sa.

C’è la speranza di un futuro, che arriva da Milano in giacca e cravatta e che “con decenza parlando, si chiama Cazzaniga”, ma può indicare solo una via, che è quella lontana da casa. E anche questo, purtroppo, Napoli lo sa bene.

C’è un intero presepe (Cazzaniga direbbe “presepio”) di personaggi unici: dall’assistito e i suoi misteri da decifrare per avere i numeri da giocare al Bancolotto, all’ “avvocato Cascione!” che l’usciere cerca senza esito per tutto il tribunale; dall’omino che pur di risparmiare si spaccia per “amico della Signora Rinascente” al vigile urbano stressato che se gli indichi che c’è traffico ti risponde “nun me ne parlate”. Quei pastori che, se scendi a Napoli, possono anche passare intere epoche, trovi ancora lì.

Così parlò Bellavista è la fotografia di Napoli, ma non la solita scattata dall’alto della rampa di Sant’Antonio, dove le “carte ‘nzevate” sono dettagli lontani che nessuno nota. È la caotica istantanea che ha immortalato ogni singola sfumatura, dalla più vivace a quella più plumbea, di un’intera città.

“E chest’è”.

di Antonio Liccardo

 disegno di Alessandro Mastroserio

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